mercoledì 23 novembre 2016

UN’ALTRA ESTATE

di Simonetta Bisicchia

Avevo atteso l’estate come si aspetta Natale da bambini.
L’estate e la sua luce, la meraviglia del sole, la voglia di andare via, di cambiare aria, di viaggiare.
E l’estate era arrivata, torrida e puntuale.
Da ogni finestra della città si affacciavano volti accaldati in attesa di una partenza per le spiagge e, la sera, le vie del centro erano un brulicare di corpi ringiovaniti dalla promessa di una vacanza. Di lì a poco le vie, le case, gli uffici, avrebbero cominciato a svuotarsi e le autostrade sarebbero diventate tappeti di automobili fin troppo veloci.
Stanca e annoiata com’ero dal freddo e dagli oneri invernali, non mi ero nemmeno resa conto che la vacanza che avevo tanto atteso vacillava sotto il peso di una serie di problemi organizzativi che alla fine risultarono troppi, e così, senza che avessi nemmeno il tempo di reagire, mi ritrovai senza un programma e senza prospettive.
Fanculo, mai che ci si possa fidare di qualcuno.
I compagni di viaggio vanno scelti con cura, ed ero cascata una volta di troppo in una rete di entusiasmi incapaci di dare una ragionevole conferma di loro stessi.
Ci ero cascata, ed ero sola. Un’altra volta.
Intanto il calore dei muri delle case saliva, non c’era ora del giorno in cui non si avesse il sole addosso, appiccicato alla pelle, da un sudore invadente.
C’era da scegliere. Si poteva restare a letto investiti dal getto d’aria del ventilatore, annegare in una vasca da bagno, o fingere di gradire l’aria condizionata di un centro commerciale, dove, d’estate, i gesti automatici e inespressivi delle cassiere risultano ancora più terrificanti che d’inverno.
D’inverno produrre, commerciare, vendere, comprare, lavorare ha un senso; all’unisono e, con un’esemplare senso di abnegazione al dovere, lo facciamo tutti, in maniera ordinata e costante, senza protestare e senza eccessivi moti di ribellione.
Ma, d’estate, il suono di un lettore di un codice a barre che fa comparire su un display il prezzo di un surgelato echeggia come un grido sinistro e isolato, nell’aria appesantita dal caldo.  D’estate la vita va in stand-by, è tutto sospeso fino a nuovo ordine, tutto interrotto. E nessuno dovrebbe lavorare, né pensare, né produrre, né avere memoria o ricordi.

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