domenica 25 febbraio 2018

La finestra del pittore

Dipingeva da solo. Non poteva esserci gente in casa attorno. Dipingeva la domenica pomeriggio e la sera dopo cena. Tutte le sere della settimana per tutti gli anni a venire. 
Voleva essere solo. Non poteva esserci rumore intorno. Si metteva all'opera subito dopo aver portato i bambini a dormire. 

Li accompagnava in camera da letto, gli faceva recitare le preghiere della sera, aspettava che il più piccolo si mettesse sotto le coperte e che gli dicesse di spegnere la luce e poi tornava in soggiorno che adesso diventava il suo atelier. 
Cercava una luce buona e poi dava spazio ai colori. Ai suoi pennelli, alle sue spatole, alle sue tele e alle sue tavolozze.  

Dipingeva come Hemingway scriveva. Cercava di essere oggettivo con la sua arte e dipingeva quello che vedeva anche se le facce e i volti dei suoi personaggi potevano essere chiunque. 

Per lui dovevano soltanto suscitare emozioni. 

Le case e le montagne erano quelle familiari, precise e immortali e segnate dal tempo. Come erano familiari e immortali nella loro vividezza gli animali che ogni tanto finivano nelle sue tele e nei suoi disegni. 

Continua qui

mercoledì 21 febbraio 2018

L'amaca di Michele Serra


martedì 20 febbraio 2018

PERCHE' QUESTA MONTAGNA VIVA

(Scritto per il Secolo XIX di oggi)

Reneuzzi - Paesi fantasma, Alta Val Borbera (AL)


Lo spopolamento dei monti, con i borghi più ascosi destinati a diventare ruderi popolati da ombre come Reneuzzi, in Val Borbera, e Carsegli e Monte Bano, in Valle Scrivia; decenni di progetti di promozione e valorizzazione della montagna e della sua agricoltura - marginale per l’economia dei grandi numeri e per il PIL - che quando va bene hanno promosso e valorizzato chi li ha scritti e incoraggiati non certo chi sui monti ci vive; il cosiddetto ritorno alla terra oscillante fra idealizzazione e nostalgia e la difficoltà quotidiana di lavorare malgrado la miopia di astratte norme fiscali e igienico-sanitarie e talvolta quella di chi, sonnambulo ma ligio come sanno esserlo i funzionari, è incaricato di applicarle; i contadini, sempre mezzadri: un tempo di un padrone che, per sopravvivere, dovevano tirare a far fesso (e lui a lasciar fare per non vederli scomparire), oggi dello Stato e delle sue emanazioni (e anche oggi bisogna chiudere un occhio se non si vuole vedere scomparire chi lavora e non può stare dietro a imposte, carte e altre burocrazie)… ecco, non so più da quanti anni leggo e sento parlare di questi argomenti, non di rado in incontri inutili, dopo i quali non è successo nulla: inutili le lamentele, inutile l’indignazione, inutile la nostalgia per la fine di un mondo, quello contadino dei nostri monti, che non vagheggia solo chi l’ha conosciuto per davvero. Da qualche parte ci sono segni di ritorno, sì, ma nelle valli più interne lo spopolamento continua: così il selvatico continua a cannibalizzare il domestico, la terra scivola, scende, e poi quando piove a valle ci si fa il segno della croce.

Ma cosa ci vuole perché la nostra montagna e i suoi borghi vivano?
Per esempio, serve che ci si viva. Non da villeggianti o residenti sulla carta, ma da abitanti: sì, a volte il lavoro non è vicino, ma oggi non è più strano essere un po’ pendolari; c’è chi arriva al lavoro in un’ora, imbottigliato nel traffico, e chi ci arriva da un paese dell’entroterra: la differenza non è così rilevante. Solo se nei paesi la gente ricomincerà a viverci, ci sarà più forza per chiedere che la strada d’inverno sia mantenuta pulita, e che dove ci sono bambini si riaprano le scuole, e avrà senso chiedere di restituire gli uffici postali e i servizi sanitari e le linee delle corriere, e forse ci potrà essere interesse ad aprire qualche bottega, oppure a non chiuderla. Servono amministratori che lo facciano per servizio, solo per servizio, a devoti al bene comune, solo al bene comune. E serve un’apertura di credito verso chi viene da fuori e porta energie e idee: la paura claustrofobica per i foresti e la miopia del localismo sono segno certo di una morte imminente, prima di tutto morale. Ma serve pure che si torni a fare produrre la terra e il bosco, per tanto o per poco, per lavoro o per passatempo, per fare commercio o anche solo per l’orto di famiglia. E serve che i ristoratori e i negozi preparino e vendano i prodotti del posto, la carne degli allevamenti che tengono in vita i pascoli, le acque minerali più vicine… E quante altre cose ancora servirebbero. 


La villeggiatura non è più di moda; le escursioni di camminatori, naturalisti, buongustai, visitatori sono una cosa buona (a piccole dosi); ma la nostra montagna, le nostre valli, il nostro entroterra con i suoi borghi può vivere o tornare a vivere solo se c’è chi ci vive o ci torna a vivere, in estate come in inverno, anche potendoci svolgere attività produttive e commerciali al riparo (come una riserva indiana, se necessario!) da un sistema di norme che a volte pare votato a ostacolare il lavoro sulla terra (e intorno alla terra) e il ritorno delle comunità.

Massimo Angelini

sabato 17 febbraio 2018

Se fosse vero – José Hierro


Se fosse vero che due anime camminano congiunte, 
senza che i corpi si conoscano; se fosse vero
che si son toccate da sempre,
che bevvero la stessa luce,
che lo stesso destino le culla;
se fosse vero che son foglie
dello stesso arbusto, eterno e verde;
se fosse vero che il loro trionfo
si compie il dì che avranno
gli occhi dell’anima gemella
fissi nella loro carne flagrante;
se tutto ciò fosse vero,
come mai quel giorno di settembre
non ti cercai, chiamai, portai;
come mai ignoravo che esistessi,
come mai non trattenni la stella
che t’arrossava la fronte;
come mai potevo  io cantare
sotto la fiamma del ponente;
come mai poteva non esistere
il tuo passato di ora, dolendomi.
Come ha potuto essere. E come
non lo impedii, con unghie, denti,
cuore…
Se fosse vero
che due anime, senza che i corpi
si conoscano, vibrano, vanno congiunte
verso lo stesso nido caldo,
come quel giorno di luce profonda,
come quel giorno nella strada
dritta contro il ponente;
dorata e grave di settembre;
come quel giorno non sentii
che mi trafiggeva la morte.
 

José Hierro
(Traduzione di Oreste Macrí)

venerdì 16 febbraio 2018

“Non si ama con il cuore”


Non si ama con il cuore, si ama con l’anima che si impregna di storia,
non si ama se non si soffre e non si ama se non si ha paura di perdere.
Ma quando ami vivi, forse male, forse bene, ma vivi.
Allora muori quando smetti di amare, scompari quando non sei più amato.
Se l’amore ti ferisce, cura le tue cicatrici e credici, sei vivo.
Perché vivi per chi ami e per chi ti ama.


Alda Merini

mercoledì 31 gennaio 2018

Grazie al Dna scopre che Babbo Natale è il suo vero padre

Savona, da bimba le portò dei doni: si ritrovano dopo oltre 30 anni


SILVIA CAMPESE
SAVONA
Ha capito che quell’uomo era il suo vero padre dal profumo, dalle pieghe del viso, dalle mani grandi e calde, dalle frasi non dette. A quel tempo Marinella Magliano, oggi cinquantenne, di anni ne aveva solo undici. Viveva con la madre, il papà, due sorelle e un fratello. 

Era il 30 marzo del 1979 quando suonarono alla porta della loro casa in Valbormida, nell’entroterra di Savona, dove la famiglia viveva nella povertà più assoluta. Marinella aprì e le comparve davanti un omone grande e grosso, con un cesto pieno di ogni leccornia che qualsiasi bambino avrebbe desiderato. E diecimila lire, «per comprare la torta di compleanno a Marinella», disse.

«È Babbo Natale!», esclamò la bambina con gli occhi sgranati e increduli. Poi rimase in silenzio a fissare l’omone, di nome Alfredo, che scambiò due parole con la madre per poi riuscire da quella porta.

«In quel momento, anche se ero una bambina, sentii dentro di me che quella persona era parte di me. Anni dopo interrogai mia madre a bruciapelo: “Alfredo è mio padre?”, le chiesi. Lei negò. Quando chiuse gli occhi, decisi che sarei andata sino in fondo a questa storia, per scoprire chi ero e soprattutto chi era il mio vero padre: l’uomo con cui avevo vissuto in casa sotto lo stesso tetto per anni o l’omone grande e buono?».

Continua qui

venerdì 26 gennaio 2018

Se questo è un uomo



Letteratura italiana Einaudi

  
 (...)

 (...)

Continua a leggere in formato pdf


.

giovedì 25 gennaio 2018

Se tu mi dimentichi



 
Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com'è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l'impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m'attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d'amarti a poco a poco.
Se d'improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi alla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell'ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.
 
Pablo Neruda

giovedì 18 gennaio 2018

Amava solo un uomo

Mattia Feltri
Tale era la vergogna che quando Claretta Petacci, la donna di Benito Mussolini, fu issata a testa in giù in piazzale Loreto, e dalla camicetta le uscì il seno, e la gonna scese a mostrarla senza mutande, una staffetta partigiana porse una spilla da balia a don Giuseppe Pollarolo e il prete con la spilla rimediò. 

Tale era la vergogna che non si è mai saputo, o confessato, perché Claretta fosse senza mutande. Tale era la vergogna che esistono dieci o quindici versioni diverse sulla fucilazione di Claretta, come su quella del Duce. Tale era la vergogna che in Mussolini Ultimo Atto, il film del 1974 di Carlo Lizzani, partigiano e comunista, si racconta che si fece di tutto per allontanare Claretta dal plotone d’esecuzione, e infine fu uccisa quasi per accidente. Tale era la vergogna. Tale era per una donna che seguendo Mussolini nella ridotta di Valtellina credeva solo di aver vinto la sua guerra, lei amante, contro le altre cento amanti, e contro la moglie Rachele. Tale era la vergogna che Sandro Pertini, uno che per antifascismo si era fatto il carcere e il confino ed era stato condannato a morte dai nazisti, e ne scampò evadendo da Regina Coeli, e infine votò per l’esecuzione di Mussolini, ecco, tale era la vergogna che nel 1983 Pertini disse: «La sua unica colpa è di aver amato un uomo».  

Continua qui

lunedì 15 gennaio 2018

Ciao sono l’Ansia…

Ciao sono l’Ansia, non spaventarti… vengo in pace, perché ti spaventi così tanto davanti alla mia presenza?
So che ti senti male ogni volta che mi avvicino, che ti disperi e vorresti mandarmi via subito, so che se potessi… mi uccideresti, soprattutto perché credi che sia io quella che ti vuole fare del male, ma credimi, non è così.
Non sono qui per arrecarti dolore, tanto meno per farti impazzire, penso di avertelo dimostrato ogni volta che arrivo. E’ vero delle volte sono spaventosa ma è la mia natura.
Però come vedi alla fine della giornata, non ti ho ucciso e non sei impazzito.
La verità è che quando arrivo tu stai male, senti questa sensazione dolorosa nel petto.
Purtroppo non ho altro modo per farmi ascoltare.
Sei così impegnato a cercare successo, ad essere produttivo a dimostrare agli altri che sei degno di essere amato… e non ascolti i miei piccoli segnali.
Ricordi quella volta che hai sofferto di mal di testa?
O quando hai avuto l’insonnia per più di 2 ore e ti giravi nel letto?
O che ne dici di quella volta che senza un motivo apparente hai pianto?
O ancora, di quella volta che ti sei sentito oppresso dentro e ti mancava l’aria e non capivi il perché?
Beh, tutte quelle volte ero io, volevo solo che tu mi ascoltassi, ma non l’hai fatto.
Hai continuato a seguire il tuo ritmo frenetico di vita.
Allora ho provato qualcosa di più forte, ho provato a farti tremare l’occhio, fischiare l’orecchio, sudare le mani, ma anche in queste occasioni non mi hai voluto ascoltare.
Conosci bene la mia presenza, è per questo che quando sei tranquillo o sei da solo e in solitudine… o ti fermi, mi presento, semplicemente per parlarti.
Ti disperi sempre, perché con la mente non comprendi cosa ti succede, e ovviamente, con la mente razionale non mi comprenderai.

Continua qui

mercoledì 6 dicembre 2017

Sankara: l’ultimo discorso (da scolpire nella pietra) che gli costò la vita

29 anni fa un piccolo uomo dalla pelle nera sfidò i potenti del mondo.
Disse che la politica aveva senso solo se lavorava per la felicità dei popoli. Affermò, con il proprio esempio personale, che la politica era servizio, non potere o arricchimento personale. Sostenne le ragioni degli ultimi, dei diversi e delle donne. Denunciò lo strapotere criminale della grande finanza. Irrise le regole di un mondo fondato su di una competività che punisce sempre gli umili e chi lavora. E che arricchisce sempre i burattinai di questa stupida arena. Urlò che il mondo era per le donne e per gli uomini, tutte le donne e tutti gli uomini e che non era giusto che tanti, troppi, potessero solo guardare la vita di pochi e tentar di sopravvivere.

Nel luglio del 1987, in occasione della riunione dell’OUA (Organizzazione per l’Unità Africana) ad Addis Abeba, Thomas Sankara fece sentire la sua voce contro il debito africano (vedi video seguente).

Le sue idee al non determinato pagamento del presunto “debito pubblico” causarono disagio presso alcuni partecipanti all’assemblea che lo ritenevano un giovane in grado di sconvolgere il gioco di potere vigente in Africa.

Parole profetiche le sue quando disse “Se il Burkina Faso da solo, rifiuta di pagare il debito, non sarò qui alla prossima conferenza. Invece col sostegno di tutti, potremo evitare di pagare, destinando le nostre magre risorse al nostro sviluppo.”
Gli altri presidenti presenti in sala applaudirono con entusiasmo l’intervento di Sankara ma nessuno di loro poi aderì alle sue proposte, lasciandolo di fatto solo ed isolato.
Tre mesi dopo questo discorso Sankara venne assassinato (15 ottobre 1987) in un colpo di Stato organizzato dal’ex-compagno d’armi e collaboratore Blaise Compaoré con l’appoggio di Francia, Stati Uniti d’America e militari liberiani.

Continua qui (video)

domenica 3 dicembre 2017

No, non posso passarti lo zucchero: mi hai appena spezzato il cuore

Illustrazione di Simone Rotella
Nathan Englander *
Una mia amica, più o meno della mia età, tornando nella sua città natale si è imbattuta al supermercato nel padre di uno dei suoi amici di quando erano ragazzi. Lo ha avvicinato e si è presentata: «Signor Boyer, sono io, Amanda, della classe di Darren, andavo a scuola con suo figlio». Il signor Boyer l’ha guardata e ha detto: «Sono io. Sono Darren. Sono io, quello della scuola».  

Questa storia mi piace perché mi fa orrore. Ho una paura al limite della fobia dei segni visibili dell’invecchiamento, un terrore innaturale che non riesco a dominare. Mia madre ha cresciuto me e mia sorella nell’insofferenza verso tutto quello che è apparenza, ingigantendo ai nostri occhi ogni poro e foruncolo, educandoci a un’autocritica che trasformò quasi in arte. Se ci fosse stato un simbolo che rappresenta la paura dei difetti fisici, sarebbe stato raffigurato sullo stemma della nostra famiglia, tenuto negli artigli da un’aquila. 

Eravamo umili, io, mia sorella e mia madre. Non abbiamo mai osato pensare che chiunque, ovunque, potesse per un solo secondo pensare bene di noi. Non tolleravamo alcun favore dagli altri. Ci riesce tuttora molto male discostarci dagli insegnamenti di nostra madre. Ma potrebbe forse trattarsi di un narcisismo volto al negativo? La nostra famiglia raggiunse l’eccellenza in materia: mia madre ci insegnò a credere che gli altri avrebbero potuto perdere il sonno, sfiorare addirittura la follia, se avessero notato che i jeans ci stavano stretti perché eravamo ingrassati. 

Mia madre ci ha insegnato una serie di mantra utili a sopportare le nostre sofferenze: «È sempre meglio apparire bene piuttosto che stare bene», oppure «Solo le persone con gambe molto belle dovrebbero indossare un paio di shorts» (credo che mia madre non se li sia più messi dal 1979). Da ragazzo provai a rivedere alcune delle sue massime, per renderle più adatte all’auto-tortura di un maschio.
Per esempio, per anni ho limato una poesia: «Come il primo fiore di primavera, / i peli spuntano dall’orecchio di un uomo, / è il modo in cui la natura gli dice / che è giunto il tempo di morire». 

Continua qui

venerdì 1 dicembre 2017

All’Orange Festival arriva “Salario”, ovvero quando gli extracomunitari eravamo noi


Prosegue la stagione del Teatro della Juta, sede dell’Orange Festival che ospita venerdì 1 dicembre lo spettacolo scritto e diretto da Gualtiero Burzi e Mauro Pescio, “Salario”. Tratto da un monologo radiofonico realizzato per la Rai, “Salario” è ambientato in Francia, precisamente ad Aigues-Mortes, splendida costiera, nota per le sue saline che ospitavano tanti emigranti italiani che qui si recavano per la raccolta del sale.

La storia si svolge nel 1893 quando un conflitto tra italiani e francesi si trasformò, nelle saline di Peccais, in un vero e proprio eccidio: undici morti e più di centocinquanta feriti tra gli italiani. La tensione che ne seguì fece sfiorare una guerra tra le due nazioni. La messa in scena punta a mettere a confronto la situazione di quegli italiani con quella di alcuni extracomunitari in Italia oggi.

Continua qui

domenica 26 novembre 2017

L'intellettuale dissidente: Louis-Ferdinand Céline

Questo vuole essere un omaggio alla figura di Louis-Ferdinand Céline: stella caduta in fondo al mare…per far luce tra gli abissi.

Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis Ferdinand Auguste Destouches, è uno degli scrittori più influenti del XX secolo. Figura molto discussa e ignorata per diverso tempo nel panorama della cultura europea del Novecento, a causa del suo ostentato antisemitismo e alle sue simpatie per la Repubblica di Vichy. Ora è un classico in via di riabilitazione. Nasce a Courbevoie nel 1894 e muore nel 1961 a Meoudon, nei pressi di Parigi, semi-dimenticato. Passa un’infanzia infelice con un padre duro e una madre con un carattere non abbastanza forte per contrastare le percosse che il marito, Fernand, non risparmia né al figlio né a lei. Non ama la famiglia Ferdinand. Tant’è che si sposerà tre volte, dopo due divorzi. Le uniche due figure famigliari alle quali è legato nella sua infanzia sono lo zio Edouard e la nonna materna Céline, dalla quale prenderà il nome utilizzandolo come pseudonimo. Trascorre l’infanzia in povertà, nella “miseria peggio della miseria”, la “miseria rispettabile”, quella miseria “che si tiene su”.
«Puoi descrivere le peggiori infamie. Ma non in un modo che gli dia verità».
L.F. Céline
Vive l’esperienza della Grande Guerra da volontario nell’esercito francese. Rimarrà ferito e verrà decorato con la Croce di guerra. Poi, dopo la laurea in medicina, verrà la professione di medico. Professione che, a differenza di quella di scrittore, ha sempre sentito come la sua vocazione. E difatti utilizzerà la penna come fosse un bisturi. Ha un debole per le gambe e i glutei delle donne, e adora le ballerine. Nella vita viaggia tra Europa, Africa, Stati Uniti e Canada; poi arriva il secondo conflitto mondiale. Sono anni decisi per l’autore. Si schiererà in posizioni antisemite vicine al Governo filo-nazista di Vichy. Nel dopoguerra deve scappare e riparare in Danimarca, in esilio, potendo ritornare in patria nel 1951, solo dopo l’amnistia comprendente la confisca di tutti i suoi beni – presenti e futuri. Prima del ritorno in Francia trascorre 14 mesi in carcere per collaborazionismo. Morirà, colpito da un’emorragia cerebrale nel 1961, tra diverse difficoltà economiche, nell’emarginazione sociale – tra i suoi cani, il suo pappagallo e l’ultima moglie -, dopo aver terminato Rigodon, il suo ultimo romanzo.

Continua qui

sabato 25 novembre 2017

L’intimo delle donne, il primo open e-book scritto dalle donne per dire basta al femminicidio


Dopo la selezione racconti, finalmente online e distribuito gratuitamente su Internet il primo libro in crowdsourcing scritto dalle donne italiane edito da Libreriamo Publishing. Introduzione a firma del fondatore di Libreriamo Saro Trovato, le prefazioni invece sono di Francesca Barra (giornalista e scrittrice), Annalisa Monfreda (direttrice Donna Moderna) e Luisa Pronzato (coordinatrice 27ma Ora)
.
E’ online “L’intimo delle donne”, il primo open e-book scritto dalle donne italiane per raccontare ciò che non hanno mai voluto o potuto raccontare, denunciando e mettendo in evidenza disagi, violenze, sfruttamenti a cui sono sottoposte tutti i giorni nel nostro Paese. Dopo il Pendolibro 2013, il libro è il secondo editato da Libreriamo Publishing, che si propone di creare e realizzare volumi in collaborazione con i lettori stessi, facendo leva sulle nuove possibilità offerte dalla rete come il  crowdsourcing ed il crowdfunding.

(...)

Scarica e leggi qui

venerdì 24 novembre 2017

Mio fiume anche tu

Fonte immagine

Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d'agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l'attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l'attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l'offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d'abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
"Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S'è tanto allontanata?"

Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell'emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l'uomo lacera
L'immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l'innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l'inferno s'apre sulla terra

 Su misura di quanto
L'uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l'uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell'amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell'umane tenebre,
Fratello che t'immoli
Perennemente per riedificare
Uamnamente l'uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D'un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.


martedì 14 novembre 2017

eBook gratis: Secoli bui



Una nuova ondata di horror e mistero tra le pagine di eBookGratis.net. È infatti uscito Secoli Bui, un eBook gratuito nato dal concorso/laboratorio per storie brevissime 666 Passi nel Delirio, un'iniziativa del forum per scrittori del portale LaTelaNera.com.

Il volume - disponibile gratis al download nel formato PDF - raccoglie i racconti meglio classificati dell’ottava edizione del concorso letterario.

Il tema di quella edizione era il Medioevo. Nella prefazione all’antologia, il suo curatore Livio Gambarini afferma: «Castelli, toponomastica, ponti, chiese, mura, confini, musei… viviamo letteralmente immersi nella memoria dei secoli passati: una sconfinata miniera di segreti e informazioni sepolte, che non aspettano altro che una mente affilata e una penna coraggiosa per trasformarsi in storie.»

Ed è vero. La Storia è ovunque intorno a noi, la respiriamo quotidianamente. Tutto sta a trovare le parole giuste per renderla più avvincente di quanto siamo abituati a conoscerla dai libri di scuola.

Questi cinque autori le parole le hanno trovate (rigorosamente entro il limite di 666):
Serena Bertogliatti (Teoapousia)
Agostino Langellotti (Il corpo del figlio)
Carlotta Torielli (Le vie oblique)
Francesco Zamboni (Cane rabbioso)
David Galligani (In nome di Cristo Re)

La copertina del libro è stata realizzata da Laura Manicardi, l'impaginazione è di David Galligani.

Il 666 Passi nel Delirio è un laboratorio narrativo senza scopo di lucro organizzato sulle pagine del forum per scrittori di LaTelaNera.com (http://latelanera.forumfree.it), con l’obiettivo di incoraggiare la produzione e la diffusione di cultura e storytelling attraverso eBook, antologie elettroniche e webzine.

Leggi in formato pdf

domenica 12 novembre 2017

Amore

Un messaggio chiuso
In una bottiglia e
Trasportato dal mare.
Quante volte abbiamo
Visto quest' immagine
Ma nessuno si è fermato
A pensare a cosa avrebbe
Scritto su quel foglietto.
Io ci avrei scritto semplicemente
"Ama più che puoi, non
Chiudere i tuoi sentimenti,
Perché vivere è Amare".
Io ho trovato questo tipo di
Amore con te, che sei la mia
Vita.


Fonte

sabato 4 novembre 2017

Il Milite Ignoto


 Per rendere onore a tutti i seicentomila
 soldati morti nella guerra 1915 -1918,
se ne scelse uno senza nome,
fu portato con grandi onori a Roma e
collocato al piedi dell' Altare della Patria.
Il Milite Ignoto rappresenta tutti i prodi
che fecero olocausto della loro vita, perché
l'Italia sopravvivesse e fosse più rispettata
nel mondo.
I capi di Stato (re e presidenti) e i capi
di Governo, che vengono a Roma a deporre
fiori sulla tomba del Milite Ignoto, intendono
onorare, attraverso quello, i combattenti
italiani di tutte le guerre.


Anonimo

martedì 31 ottobre 2017

Voglio Te, solo Te!

Voglio te, solo te!
Lascia che il mio cuore
lo ripeta senza fine.

Tutti i desideri che mi distraggono
di giorno e di notte
in sostanza sono fasulli e vani.

Come la notte tiene nascosta nel buio
l'ansia di luce
così nel profondo del mio cuore
senza ch'io me ne renda conto
un grido risuona:
Voglio te, solo te!

Come la tempesta cerca la quiete
mentre ancora lotta contro la quiete
con tutte le sue forze
così io mi ribello e lotto
contro il tuo amore
ma grido che voglio te, solo te.

Rabindranath Tagore