venerdì 2 dicembre 2016

Idea regalo: Le tre resurrezioni di Sisifo Re

Siamo all'inizio del XXIII secolo, in una megalopoli di quasi 19.000 km2 e 40 milioni di persone. Il tiranno è stato deposto, giustiziato tramite impiccagione, e nella città si scatena una guerra civile di tutti contro tutti, con a capo delle fazioni i figli dell'ex dittatore. In uno scenario di guerra condotta strada per strada si muovono personaggi di ogni risma. Tra tutti spicca Sisifo, un detective folle vestito e truccato in modo improbabile, schiavo della malattia del sonno e della depressione e imbrigliato in uno stile di vita bizzarro. Con lui il suo assistente Oscar Orano detto Oh-Oh - parziale voce narrante - radiato dalla società civile. I due, ingaggiati dalla bellissima e intrigante Selina Corbeves, devono investigare sull'omicidio del marito della donna. Un assassinio ancora di là da venire. Sisifo si affida ai consigli del professor Zoro, anziano alienista che vive blindato all'interno dell'università con un assistente gobbo, un molosso e un pericoloso anaconda... Ogni tanto una macchina spazio-temporale permette a Oscar di sperimentare un fatale sdoppiamento: il mondo folle nel quale vive si ribalta in una pseudorealtà dove ogni personaggio ha il proprio ruolo invertito rispetto alla vicenda. Tutto è destinato a concludersi nell'Isola, la zona storica della megalopoli. Là, tra crocifissioni e verità svelate, accadrà qualcosa di inimmaginabile.

Continua qui

lunedì 28 novembre 2016

Omaggio a Fidel * di Lia De Feo

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio. E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare.
L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona.
Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all’infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.
Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all’università, c’era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All’interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L’assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l’inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all’esame di dottorato. L’incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un’immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po’ li strozzeresti e un po’ ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.

Continua qui

domenica 27 novembre 2016

Argini e ponti ad arcata unica. Così si è scongiurata la strage

Ventidue anni fa il Piemonte contò 70 vittime e danni per miliardi di euro. Oggi l’acqua fa meno paura grazie agli interventi e al dialogo tra Comuni


CEVA (Cuneo)
Alcuni giorni di pioggia. E ventidue anni fa, il 5-6 novembre ’94, il Tanaro e gli affluenti in piena sconvolsero la geografia del Basso Piemonte. Le colline cedettero come ferite da profondi graffi. L’acqua arrivò ovunque e quando si ritirò portò con sè 29 vittime nella sola provincia di Cuneo. Una settantina in Piemonte. La più piccola, Riccardo Sobrino di Alba, aveva solo 5 anni. Ponti crollati, frane che sbriciolarono le montagne, strade ridotte a brandelli rubarono la vita a coppie, pensionati, giovani. Danni incalcolabili, per centinaia di miliardi tra rimborsi ai privati, attività commerciali e industriali, opere pubbliche. Anni di lavoro per riportare la situazione alla normalità.

Città e paesi che cambiarono, comunque, volto per sempre. Su «La Stampa» di lunedì 7 novembre ’94, Nuto Revelli scrisse: «La speranza è che questa lezione non si ripeta. Tornerà il sole. Si ricostruiranno le strade e i ponti. Ma dovremo uscire dall’ignoranza di sempre. O impareremo a rispettare il territorio o questa storia continuerà a ripetersi». Profetico. Ma la memoria è servita per far sì che negli anni a venire nuove alluvioni provocassero sempre meno disastri. E questa volta il Piemonte e i piemontesi si sono fatti trovare pronti. «Cittadini e amministratori ne hanno fatto tesoro - dice l’attuale assessore regionale alla Protezione civile, Alberto Valmaggia -. Dai fatti del ’94 sono nate una nuova coscienza, preparazione e consapevolezza dell’importanza della tutela del territorio. Ne fanno parte anche le esercitazioni costanti che, anche adesso, hanno evitato guai peggiori».

Ventidue anni fa a dare l’allarme fu, con un fax alla Prefettura e al Magistrato del Po, il sindaco di Ceva Gianni Taramasso. Che ebbe la felice intuizione di far sgombrare le scuole e chiudere i ponti. «Niente di scritto o codificato - ricorda -, fu solo buon senso».
Dal ’94 al 2016, tecnici, sindaci, Regione, Aipo hanno predisposto piani idrogeologici, andando a intervenire là dove possibile. In primis sugli argini, trascurati da anni, se non di più.

Continua qui

mercoledì 23 novembre 2016

UN’ALTRA ESTATE

di Simonetta Bisicchia

Avevo atteso l’estate come si aspetta Natale da bambini.
L’estate e la sua luce, la meraviglia del sole, la voglia di andare via, di cambiare aria, di viaggiare.
E l’estate era arrivata, torrida e puntuale.
Da ogni finestra della città si affacciavano volti accaldati in attesa di una partenza per le spiagge e, la sera, le vie del centro erano un brulicare di corpi ringiovaniti dalla promessa di una vacanza. Di lì a poco le vie, le case, gli uffici, avrebbero cominciato a svuotarsi e le autostrade sarebbero diventate tappeti di automobili fin troppo veloci.
Stanca e annoiata com’ero dal freddo e dagli oneri invernali, non mi ero nemmeno resa conto che la vacanza che avevo tanto atteso vacillava sotto il peso di una serie di problemi organizzativi che alla fine risultarono troppi, e così, senza che avessi nemmeno il tempo di reagire, mi ritrovai senza un programma e senza prospettive.
Fanculo, mai che ci si possa fidare di qualcuno.
I compagni di viaggio vanno scelti con cura, ed ero cascata una volta di troppo in una rete di entusiasmi incapaci di dare una ragionevole conferma di loro stessi.
Ci ero cascata, ed ero sola. Un’altra volta.
Intanto il calore dei muri delle case saliva, non c’era ora del giorno in cui non si avesse il sole addosso, appiccicato alla pelle, da un sudore invadente.
C’era da scegliere. Si poteva restare a letto investiti dal getto d’aria del ventilatore, annegare in una vasca da bagno, o fingere di gradire l’aria condizionata di un centro commerciale, dove, d’estate, i gesti automatici e inespressivi delle cassiere risultano ancora più terrificanti che d’inverno.
D’inverno produrre, commerciare, vendere, comprare, lavorare ha un senso; all’unisono e, con un’esemplare senso di abnegazione al dovere, lo facciamo tutti, in maniera ordinata e costante, senza protestare e senza eccessivi moti di ribellione.
Ma, d’estate, il suono di un lettore di un codice a barre che fa comparire su un display il prezzo di un surgelato echeggia come un grido sinistro e isolato, nell’aria appesantita dal caldo.  D’estate la vita va in stand-by, è tutto sospeso fino a nuovo ordine, tutto interrotto. E nessuno dovrebbe lavorare, né pensare, né produrre, né avere memoria o ricordi.

Continua qui 

 

martedì 22 novembre 2016

La lettera con cui il nonno di Trump fu espulso dalla Germania

Ritrovata nell’archivio della città di Spira. Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce la cacciata di Friedrich Trump da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera


Berlino
Se Donald Trump si appresta a diventare il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America lo deve in parte anche a una lettera ingiallita dal tempo ritrovata nell’archivio della città tedesca di Spira. Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce l’espulsione del nonno del President-elect, Friedrich Trump, da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera. “Al cittadino americano e pensionato Friedrich Trump va comunicato che dovrà lasciare il territorio bavarese al più tardi entro il primo maggio di quest’anno, altrimenti dovrà aspettarsi la sua espulsione”, si legge nella missiva inviata dalle autorità del distretto di Dürkheim all’ufficio dell’allora sindaco di Kallstadt. La lettera, che è stata rinvenuta dallo storico Roland Paul e viene pubblicata oggi dalla Bild, metteva la parola fine a una vicenda alquanto complicata.

Continua qui

venerdì 18 novembre 2016

Il bambino sta per morire in sala operatoria, quando arriva il medico il padre lo aggredisce. Ma alla fine…

Quante volte ci troviamo a giudicare delle persone senza sapere esattamente cosa stia accadendo nelle loro vite o quali problemi stiano attraversando? Molto spesso è difficile provare empatia verso gli altri. Lo dimostra bene la storia di cui vi parleremo oggi:

Un medico arriva in ospedale perché chiamato d’urgenza al reparto di chirurgia, il caso è disperato: un bambino ha avuto un gravissimo incidente. Il medico si infila subito il camice, ma prima di entrare in sala operatoria incontra il padre del bambino che gli grida contro: “Perché è venuto così tardi? Perché ha perso tutto questo tempo? Non sa che la vita di mio figlio è in pericolo? Lei non ha il senso di responsabilità!”.

Il medico sorride e con molta calma risponde: “Mi dispiace, non ero in ospedale ero da tutt’altra parte, ma sono arrivato il prima possibile. E ora si calmi e mi lasci fare il mio lavoro!”.


Ma il padre del bambino continua ad incalzarlo: “Calmarmi? Come si sentirebbe se suo figlio si trovasse lì? Lei starebbe tranquillo?”. Il dottore sorride ancora e risponde: “Le voglio dire quello che disse Giobbe nella Bibbia: ‘Dalla polvere siamo venuti e in polvere torneremo, sia benedetto il nome di Dio’. Noi medici non facciamo miracoli, ma stia tranquillo, faremo di tutto per suo figlio “.

Continua qui

venerdì 11 novembre 2016

Happens to the Heart, una poesia in regalo da Leonard Cohen

Da qualche giorno circola in rete ‘Happens to the Heart’, una poesia che Leonard Cohen ha datato 24 giugno 2016  e pubblicato in anteprima il 25 agosto su LeonardCohenFiles da Jarrko Arjatsalo.
Il testo è complesso e molto ben strutturato. Si tratta di otto strofe da otto versi ciascuna (tutte terminanti in ‘What happens to the heart’) più una ripresa di quattro versi finale. A una prima lettura, sembrerebbe una specie di ‘riepilogo’ della vita sentimentale di Cohen, senza però riferimenti esatti a fatti e persone – una circostanza questa certo inconsueta per il poeta, da sempre avvezzo ad aprirsi senza alcun velo ai suoi lettori.
Man mano che ci addentreremo nella lettura, anche grazie alla crescente comunità di LeonardCohen.it, vi proporremo un’interpretazione – ammesso che ce ne sia una!
Se nel frattempo volete aiutarci anche voi, lasciate un commento con le vostre idee e noi ne terremo conto!
Buona lettura!

HAPPENS TO THE HEART
I was always working steady
But I never called it art
I was funding my depression 
Meeting Jesus reading Marx
Sure it failed my little fire
But it’s bright the dying spark
Go tell the young messiah
What happens to the heart 

There’s a mist of summer kisses
Where I tried to double-park
The rivalry was vicious
And the women were in charge
It was nothing, it was business
But it left an ugly mark
So I’ve come here to revisit
What happens to the Heart
I was selling holy trinkets
I was dressing kind of sharp
Had a pussy in the kitchen
And a panther in the yard
In the prison of the gifted
I was friendly with the guard
So I never had to witness
What happens to the Heart
I should have seen it coming
You could say I wrote the chart
Just to look at her was trouble
It was trouble from the start
Sure we played a stunning couple
But I never liked the part
It ain’t pretty, it ain’t subtle
What happens to the Heart
Now the angel’s got a fiddle
And the devil’s got a harp
Every soul is like a minnow
Every mind is like a shark
I’ve opened every window
But the house, the house is dark
You give in and then it’s simple
What happens to the heart
I was always working steady
But I never called it art
The slaves were there already
The singers chained and charred
Now the arc of justice bending
And the injured soon to march
I got this job defending
What happens to the Heart
I studied with this beggar
He was filthy he was scarred
By the claws of many women
He had failed to disregard
No fable here no lesson
No singing meadow lark
Just a filthy beggar blessing
What happens to the heart
I was always working steady
But I never called it art
I could lift, but nothing heavy
Almost lost my union card
I was handy with a rifle
My father’s 303
We fought for something final
Not the right to disagree
Sure it failed my little fire
But it’s bright the dying spark
Go tell the young messiah
What happens to the heart

June 24, 2016

Fonte

"Lunedì 7 novembre Leonard Cohen è morto.
Per volere della famiglia, la notizia non è stata resa pubblica fino a dopo la celebrazione di un memoriale nella sinagoga della sua congregazione di origine, la Shaar Hashomayim di Montreal, tenutasi giovedì 10 novembre."

lunedì 7 novembre 2016

Leo Gullotta racconta l’Alzheimer in 'Lettere a mia figlia'

Il film breve, in concorso ai David di Donatello 2017, vede l’attore siciliano nei panni di un anziano padre che scrive delle lettere alla figlia nel tentativo di spiegare la sua malattia

"Un corto che serve a far entrare chi guarda in questa piccola storia di una malattia terribile, l'Alzheimer": così Leo Gullotta, 70 anni, racconta il film breve 'Lettere a mia figlia', in concorso ai David di Donatello 2017, di cui è straordinario protagonista.

Girato in Campania tra Napoli e provincia e prodotto da Pulcinella Film in collaborazione con Paradise Pictures, vede la regia di Giuseppe Alessio Nuzzo, che in primavera sarà al cinema con il suo primo lungometraggio 'Le verità' con Francesco Montanari, Nicoletta Romanoff e la partecipazione di Maria Grazia Cucinotta.
"La storia che si racconta è quella di un uomo che ha vissuto la sua vita gioiosa in famiglia con la moglie e la bambina che diventerà presto donna – racconta Gullotta – In questo percorso lo aggredisce la malattia che porterà lui e la sua famiglia ad attraversare un dolore quasi 'cosciente'".

GUARDA LE FOTO DEL BACKSTAGE

La pellicola, presentata da Gullotta al Premio Penisola Sorrentina 2016 e in selezione ufficiale al Punti di vista Film Festival di Cagliari, verrà premiata venerdì 25 novembre al Palazzo Arti di Napoli dopo una proiezione speciale al CortiSonanti Film Festival come miglior cortometraggio sociale e miglior interpretazione per l’attore siciliano.

Continua qui

sabato 5 novembre 2016

Il passato che ritorna di Sepúlveda: un intrigo internazionale in Cile

La fine della storia (Guanda) è l’ultimo romanzo dello scrittore cileno Luis Sepúlveda: una ballata che ha il colore del noir e il sapore della tragedia. Protagonista è un ex guerrigliero che negli anni ’70 ha combattuto tutte le rivoluzioni del Sud America e che ora deve fare i conti con il passato. In classifica, Harry Potter non si muove dalla prima posizione. Alle sue spalle tante novità: L’ estate fredda (Einaudi) di Gianrico Carofiglio, Padrini e padroni (Mondadori), il nuovo saggio di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, che spiega come la ’n'drangheta è diventata classe dirigente, La dieta della longevità (Vallardi A.) di Valter Longo e Le donne erediteranno la terra (Mondadori) di Aldo Cazzullo

Continua qui (video)


Leggi il primo capitolo di “La fine della storia” di Luis Sepùlveda

Il ritorno di Luis Sepùlveda con il nuovo romanzo “La fine della storia”

 

 

 

 

lunedì 31 ottobre 2016

Il dramma non è solo in una parte geografica dell'Italia.

...E poi ti prende così, quel magone e la tristezza di quanti hanno perso la propria casa, le cose, i progetti, la storia, le memorie....
Quelle crepe aperte, quegli squarci, non sono solo rughe di vecchiaia ma incuria e non solo del tempo.
Ti viene alla mente che ancora tanti cittadini colpiti dai sismi negli anni precedenti attendono che si restituisca la loro dignità.

E’ l’anima.

Pensi alla tua Italia rugosa, alla tua terra, ti guardi intorno e speri.

Continua qui 

 

Terremoti in tempo reale in Italia e nel mondo

mercoledì 26 ottobre 2016

Non sono razzista ma... forse sì.

Sta passando il principio che se non hai 4 extracomunitari in casa e 8 famiglie africane nel condominio, non puoi dire razzista a qualcuno.

Abbiamo costruito un mondo pieno di contraddizioni. Escludendo dal "benessere" gran parte dei suoi abitanti. Ora stiamo solo pagando il conto.

Perché noi non siamo razzisti per un problema di colore o di religione. Noi siamo razzisti per un problema di soldi. Noi non vogliamo il povero.

Perché anche se lo sceicco arabo ha 18 mogli e nel suo stato c'è la pena di morte per i gay o per le donne fedifraghe, l'importante è che venga qui a spendere i soldi.
Se fosse andato uno sceicco a Gorino lo avrebbero accolto con il tappeto rosso e 10 vergini.

La verità è che abbiamo le case piene di gattini che dormono pure nelle padelle dove mangiamo, che ci facciamo leccare in bocca dai cani, ma non sopportiamo l'odore di cipolla del vicino magrebino.

Continua qui "Il blog di Pellescura"

martedì 25 ottobre 2016

L’attrice che insegna ai genitori a raccontare le favole ai bambini

Ad Alessandria, un’appassionata organizza corsi: “Contano il tono della voce, le pause e la creatività”


ALESSANDRIA
Tapparelle giù, luce soffusa, bambini ben avvolti nel piumone e una sedia, accanto al letto. Molti genitori si preparano così quando devono raccontare la favola della buonanotte ai figli. Ci sono poi gli estrosi, che utilizzano qualche travestimento (bastano una coperta e un cappellino, a volte), ci sono i buffi, che fanno parlare i pupazzetti. E ci sono quelli che si sentono già un po’ attori, che cambiano voce e tono quando serve, che interpretano, animano la storia. Ecco, a questi ultimi Ombretta Zaglio ha meno da insegnare; lei, che è attrice da trent’anni, è una grande appassionata di fiabe, oltre a essere una studiosa dell’argomento: si è laureata in Lettere con una tesi sulla fiaba tradizionale, le racconta da sempre (anche nella sua casa-teatro) e recupera quelle più antiche.

Continua qui

domenica 23 ottobre 2016

L'abisso invoca l'abisso

Prologo

       Urbino, autunno 1812

      Una nebbia impenetrabile rendeva difficile la vista dell’antico convento situato sul Colle dei Cappuccini, il luogo dove erano diretti gli agenti Angelo Zucchi e Giuseppe Santi, incaricati dal governo francese di far luce su un inventario scomparso, un elenco di oggetti preziosi appartenuti alla potente famiglia Albani. Si diceva fossero stati occultati e per motivi oscuri sfuggiti alle requisizioni che l’inflessibile ispettore Dorel stava conducendo per conto della Commissione “pour la recherche des objects des Sciences et Artes en Italie” istituita da Napoleone. In seguito alla soppressione degli ordini religiosi, i francesi andavano depredando in modo sistematico e meticoloso, chiese e monumenti della Legazione di Urbino.
       L’unico che avrebbe saputo riferire qualcosa di concreto su quel cospicuo patrimonio inspiegabilmente scomparso era l’archivista del Legato Crescentino Fiorini, il quale si trovava in degenza nel ricovero riservato ai malati di mente, annesso all’antico convento.
       _ E’ nella sua stanza_, rispose una energica e corpulenta infermiera alla richiesta dei commissari di poter interrogare il paziente.
       Nell’attesa, si sedettero su una panca nell’atrio, uno stanzone squallido e maleodorante.
       _Venga Crescentino, fate il bravo. Ci sono due signori venuti apposta per farvi visita.
      Fiorini respirava affannato e si muoveva lentamente. Il volto era scarno, e dal cranio uscivano disordinati ciuffi di capelli grigi. Le labbra sottili erano serrate in una smorfia disgustata e gli occhietti cerulei, sembravano liquidi.
       _ Siamo qui per conto del governo francese.
      Con brutalità, l’agente Santi arrivò subito al dunque.
    _ Cittadino Fiorini, vorremmo informazioni sul presunto tesoro degli Albani. Voi siete rimasta l’unica persona a sapere dove sia stato occultato.
      L’interrogato li fissava, muto.
     _ Se parlerete vi faremo uscire da questo posto e verrà affidato a cure migliori. E poi, volete davvero lasciare che quella fortuna vada in malora? _, continuò il commissario sempre più spazientito. Fiorini cominciò ad agitarsi e ad emettere strani versi gutturali.
      _ Signori, è inutile che alziate la voce. Lo vedete voi stessi: quest'uomo non è più in sé!
      L'infermiera fece per ricondurlo nel suo ricovero.
    Gli agenti si scambiarono un’occhiata di delusione. Questa volta l’ispettore Dorel si sarebbe dovuto rassegnare e rinunciare al  suo obiettivo.
    Lasciato solo nella sua stanza, Crescentino, dalla grata della finestra osservava l’aureola pallida e luminescente della luna. Ripercorse un episodio della sua vita accaduto nel gennaio del 1798, forse l’unico della sua esistenza che ricordava ancora con tanta nitidezza.
       Era una notte nebbiosa come quella, quando qualcuno bussò forte alla porta, svegliandolo di soprassalto. Come di consueto si era coricato subito dopo il tramonto. Aveva passato tutta la giornata nell’archivio dell’arcivescovado, dove leggeva, studiava, trascriveva con perizia antichi documenti manoscritti che riguardavano la storia del Ducato di Urbino. Continuava con caparbietà a chiamarlo così, nonostante la devoluzione allo Stato Pontificio fosse avvenuta da quasi due secoli.
In virtù di queste cognizioni e perché ritenuto una persona irreprensibile e precisa, fu invitato a far parte del Comitato economico ecclesiastico con l'incarico di redigere l’inventario dei beni mobili ed immobili di palazzi, chiese e conventi.
     Si affacciò alla finestra che dava sul vicolo. Si palesò un inserviente.
      _ Sua eminenza monsignor Arrigoni, vi ha convocato d’urgenza!
      Diretto verso l’Arcivescovado sentiva l’umidità penetrare fino alle ossa. Sulle strade di acciottolato si erano formati strati di ghiaccio che rendevano difficoltoso il tragitto. Lo accolse un pretino. In tutta fretta lo condusse fino allo studio dove il Legato lo stava già aspettando.
     _ Sedete, vi prego! _, intimò con tono deciso. _ Vogliate scusarmi se vi ho fatto alzare a quest’ora della notte, ma non c’è tempo da perdere. Dai nostri informatori abbiamo ricevuto l’agghiacciante notizia che il Comandante Treboutte si sta dirigendo verso Urbino seguito dalla sua orrida truppa, con l’intenzione di violare Palazzo Albani, quello che in passato fu la residenza del nostro amatissimo papa Clemente XI. Il suo proposito è quello di confiscare i beni preziosi appartenenti alla nobile casata. Come sapete, avendo voi stesso stilato l’inventario, sono compresi libri rari, quadri di grande valore artistico, arredi sacri, documenti riservati, pezzi di storia del glorioso Ducato, su cui quei senza-dio dei bonapartisti non possono e non devono mettere le loro sporche grinfie! Ho già predisposto di ricavare un ripostiglio nel cunicolo sotterraneo che da Palazzo Albani conduce al convento dei Francescani. Il vostro compito sarà quello di nascondervi gli oggetti e murare il vano, dopo aver bruciato i fogli dell’inventario, l’unica prova della loro esistenza. Ma vi prego, fate in fretta!
     Crescentino, già ripercorreva mentalmente tutti gli oggetti.
    _ Anche quel dipinto?
     _ Sicuro! E’ un ritratto maledetto. Che se ne perda la memoria per sempre!

Continua qui
 

mercoledì 19 ottobre 2016

C'era una volta un re...

C’era una volta un re molto buono e saggio, nella sua lunga vita aveva costruito un regno solido, giusto e combattuto anche dure battaglie. Giunto ormai in vecchiaia senti avvicinarsi l’ora della propria morte, era sempre più debole e stanco, così una notte chiamò al suo capezzale il figlio beneamato, che sarebbe dovuto succedergli nel portare il faticoso fardello della corona.
Con le ultime forze rimaste, alla luce delle candele, gli parlò:

“Caro figlio, il mio tempo è ormai trascorso, ora tocca a te continuare ciò che io incominciai. A sigillo di quanto ti dico ti dono questo mio anello, è un anello magico e molto prezioso, al suo interno vi è un’iscrizione, io l’ho letta sempre nei momenti difficili della mia vita, ma anche nei momenti belli, dove la vita mi sorrideva meravigliosamente e mi ha sempre aiutato. Tienilo, mio caro, è il dono più importante che ti faccio”.

 
Queste furono le sue ultime parole, si spense serenamente il mattino come le candele che avevano rischiarato la sua ultima notte.

Continua qui

domenica 2 ottobre 2016

La storia dell'uomo che salvò il mondo dall'olocausto nucleare


Tante le grandi figure che con i loro nomi riempiono i libri di storia. Nomi che sentiamo nominare almeno una volta al giorno, data la loro caratura e il loro impegno nei confronti del mondo. Ma molto spesso ci sono uomini e donne, altrettanto importanti, se non di più, le cui vite e azioni passano in sordina, e su cui i riflettori della storia non si sono mai posati. Eppure, le loro scelte hanno cambiato il corso della storia, se non addirittura le nostre vite. Grazie ad alcuni di loro siamo ancora qui a parlare di storia. Uno di questi è Vasili Alexandrovich Arkhipov, il sommergibilista russo che durante la guerra fredda evitò un olocausto nucleare. E salvò il mondo.

Ottobre 1962, siamo in piena crisi missilistica cubana. Un sottomarino sovietico viene intercettato dalla marina statunitense nelle acque caraibiche. Scatta l'allarme: il traffico marittimo vicino Cuba era stato bloccato su ordine del presidente Kennedy, preoccupato dell'avvicinamento tra Fidel Castro e il Cremlino e di un eventuale lancio di missili sul territorio nordamericano. Sull'isola, infatti, erano state costruite rampe di lancio e silos interrati: in cambio i russi avrebbero consegnato ai cubani missili nucleari. Una ragione in più per non far avanzare neanche di un metro quel sottomarino.

Il sottomarino rimane fermo, nascosto in profondità. Gli americani decidono di lanciare cariche esplosive. Non sono pericolose, sono cariche usate durante le esercitazioni. Vogliono costringere il mezzo a risalire in superficie. All'interno del sottomarino regna il caos. Le esplosioni ravvicinate fanno tremare tutto, il personale a bordo sballottato da una parte all'altra. Ma ciò che gli americani non sanno è che i russi hanno armi nucleari e, visto che erano giorni che si era perso il contatto radio con Mosca, il comando sovietico aveva precedentemente dato al capitano la facoltà di usarle in caso di pericolo. Era una sua decisione.

Continua qui

lunedì 26 settembre 2016

Una madre porta la figlia autistica al ristorante… Il Proprietario gli dedica una lettera…

Tony Posnanski lavora nel suo ristorante da ben 15 anni. Pensava di aver visto ormai tutto e di aver acquisito tutta l’esperienza necessaria per servire ogni tipo di cliente, ma un giorno gli capitò qualcosa di inaspettato, un fatto che gli servì da lezione per comprendere che “Fare la cosa giusta non sempre rende felici gli altri, ma solo le persone che ne hanno realmente bisogno”.
Sembrava una giornata di lavoro come molte altre, ma tra i clienti vi era anche una mamma con una piccola bambina che urlava. I clienti erano infastiditi e continuavano a lamentarsi. Come direttore del ristorante a Tony non rimaneva che cercare di render loro il miglior servizio, così si recò al tavolo 9 dove vi erano sedute la mamma e la bambina, e prima di iniziare a parlare la donna gli face una ‘semplicissima’ domanda “Sai cosa si prova ad avere un bambino autistico?”.


Proprio in quel momento in Tony scatto qualcosa, un qualcosa che riporta in questa lettera estremamente commovente.

Continua qui

domenica 18 settembre 2016

La forza delle donne: sette storie di coraggio che hanno conquistato il mondo

È innegabile il lungo, duro e faticoso cammino che le donne hanno dovuto percorrere per riscattarsi, per poter sedere, con pari diritto e dignità, allo stesso tavolo degli uomini. Ecco alcune protagoniste di questa battaglia, raccontate da Rita Saviotti, autrice di Femmine



1) Una donna di Sibilla Aleramo
Le tappe dolorose di chi cerca di affermare il proprio essere individuo autonomo rispetto alla società dell’epoca che la vuole totalmente succube, remissiva, ubbidiente. Ci si aspetta da lei che riconosca l’autorità, che accetti supinamente le regole del gioco, che non le sovverta. E sono soprattutto le altre donne che la vogliono così, perché così è stato per loro e per forza dev’essere anche per lei. Alla protagonista costerà un prezzo molto alto ribellarsi eppure avrà la forza di compiere i passi del suo cammino.

2) La specialista del cuore di Claire Holden Rothman
Una situazione simile la ritroviamo in questo romanzo, con la differenza che la protagonista ha fin da subito le idee chiare su quello che sarà il suo futuro: vuole fare il medico in un’epoca in cui studiare e svolgere certe professioni era prerogativa maschile. Inizia a combattere fino a raggiungere il traguardo che vuole per sé, ma soprattutto per tutte le altre che verranno dopo di lei. La sua vita è dura fin dall’infanzia e la costringe a farsi carico non solo di se stessa, ma anche della sorella e del mistero legato alla figura del padre scomparso che sembra travolgerla e contaminarla. Si crea nuovi riferimenti che scopre poi falsi ed ingannevoli, come il padre ritrovato. Ma Agnès, come una fenice, rinasce dalle proprie ceneri ed anche se durante il percorso sembra dimenticare la propria femminilità per favorire il suo essere medico, specialista, scienziata, alla fine la sua essenza, il suo profumo, emergeranno e le permetteranno di riconoscere ed accettare anche l’amore.

3) La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini
Una bimba esposta alla violenza, una violenza subita in prima persona e vista su altri. Una violenza di cui non potrà mai parlare. Nessuno sentirà più la sua voce perché in una società in cui non ci si può raccontare, in cui le tragedie vengono lavate nelle cantine buie di un mondo che rinforza la propria barbarie nonostante le trine ed i merletti di cui si veste, beh, allora è segno che non c’è più nulla da dire. E Marianna diverrà la mutola. Per scelta obbligata. Si respira l’aria rovente, soffocante, di una Sicilia antica, dove il sudore si mescola alla polvere, si impasta in una realtà che ha come ingredienti principali il silenzio, il mistero, la superstizione, la violenza e la morte. Marianna dovrà combattere contro tutto questo ed a modo suo costruire un mondo in cui sia possibile continuare a vivere.

Continua qui

domenica 11 settembre 2016

“Se l’è andata a cercare”. Il paese volta le spalle alla ragazzina violentata

Calabria, in poche centinaia alla fiaccolata per la 16enne stuprata da tre anni Il padre: “Me lo aspettavo, se potessi prenderei mia figlia e la porterei lontano”

A Melito, in Calabria, è stata organizzata una fiaccolata in piazza davanti alla stazione Soltanto
quattrocento le persone presenti su 14 mila residenti, molte arrivate da altri paesi.


inviato a Melito di Porto Salvo 
 
La bambina. «Un metro e 55 per 40 chili», c’è scritto nelle carte dell’inchiesta. È della bambina che stanno parlando. «Se l’è cercata!». «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione». «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata». Movimentata? «Una che non sa stare al posto suo». Arriva in piazza il parroco Benvenuto Malara, va davanti alle telecamere: «Purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese».

Hanno violentato la bambina per tre anni di seguito. La prostituzione non c’entra niente. L’hanno violentata in nove, a turno e insieme. Tenendola ferma per i polsi, e poi obbligandola a rifare il letto. «C’era la coperta rosa», ha ricordato la bambina nelle audizioni con la psicologa. «E non avevo più stima in me stessa. Certe volte li lasciavo fare. Se mi opponevo, dicevano che non ero capace. Mi veniva da piangere. Mi sentivo una merda». Andavano a prenderla all’uscita della scuola media Corrado Alvaro, con la lettera V dell’insegna crollata. È sulla via principale, proprio di fronte alla caserma dei carabinieri. Caricavano la bambina in auto e andavano al cimitero vecchio, oppure al belvedere o sotto il ponte della fiumara. Più spesso in una casa sulla montagna a Pentidattilo, dove c’era il letto.

Quando questa tragedia italiana è incominciata, la bambina aveva 13 anni. Ora ne ha compiuti sedici. Una settimana fa, annunciando l’arresto degli stupratori, il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, ha detto: «Questo territorio sconta un ritardo costante. C’è una mancanza di sensibilità. Anche i genitori sono stati omertosi. Tutti sapevano».

Continua qui

sabato 10 settembre 2016

Mogol: "Mi ritorna in mente il giorno in cui conobbi il mio amico Battisti"

Il 15 settembre l'autore di tanti successi pubblica la sua autobiografia. Aneddoti e ricordi del mago della canzone italiana


TOSCOLANO (Terni) - C'è un momento indietro nel tempo, nel lontano 1965, che racchiude in sé il seme di un universo pronto a germogliare per cambiare la canzone italiana. È il primo incontro tra il giovane Giulio Rapetti - già affermato autore di Una lacrima sul viso - e un ragazzone riccio di Poggio Bustone. A raccontarci come andò, al Centro Europeo di Toscolano, è Mogol in persona che il 15 settembre pubblicherà Il mio mestiere è vivere la vita (Rizzoli, pp. 208, euro 29,90).
 
Quel ragazzo si chiamava Lucio...
"Mi fece sentire due canzoni. "Non sono granché" dissi. "Ha ragione" mi rispose. Gli dissi di ripassare più avanti, che avremmo provato a scrivere qualcosa".
 
Continua qui

venerdì 9 settembre 2016

Nel cottage blindato dove Hamer “cura” il cancro con le vitamine

L’ex medico si è rifugiato a Sandefjord (Oslo) per sfuggire alla cattura. Un vicino: “Ogni giorno è un viavai di malati, fa leva sulla disperazione”



inviato a Sandefjord (Norvegia) 
Anche sulla cassetta della posta c’è scritta una menzogna. «Dottor medico Ryke Geerd Hamer. Rettore Università di Sandefjord. Nuova medicina germanica». Ma il signor Hamer non è un dottore. Non lo è più dal 1986, quando è stato radiato dall’ordine dei medici tedeschi per truffa. E non lo è nemmeno qui in Norvegia, dove si è rifugiato per scappare ad un mandato d’arresto per istigazione all’odio fra i popoli.

Questa non è neppure un’università, a ben guardare. È un’abitazione privata. Un cottage sulla collina davanti a un piccolo fiordo, 120 chilometri a sud di Oslo. Strada Sandkollveien 11: due vecchie Mercedes posteggiate in giardino sul lato destro, un camper sulla sinistra, un grosso cane libero che abbaia a chiunque passi nei paraggi.

LEGGI ANCHE I genitori rifiutano la chemio. Muore a 18 anni di leucemia

Avevamo chiamato per sapere se l’ex dottore ricevesse ancora dei pazienti a casa. Ci aveva risposto la signora Bona Garcia, moglie in seconde nozze di Ryke Hamer: «Per un mese il dottore è in vacanza. Sarà disponibile ai primi di ottobre. Per qualsiasi problema urgente potete scrivere alla casella di posta amicidiryke@…». Il problema urgente è che tutti quelli che credono alle teorie non scientifiche del falso medico Ryke Geerd Hamer continuano a morire. Anche se con la medicina tradizionale, facendo ricorso alla chemioterapia, magari avrebbero avuto buone probabilità di guarigione. Come negli ultimi due casi in Italia, la settimana scorsa. Una mamma di Rimini. Ed Eleonora Bottaro di Padova, 18 anni compiuti da un mese. D’accordo con i suoi genitori, seguaci del metodo Hamer, è morta cercando di curare la leucemia con la vitamina C.

Continua qui 

L’ex braccio destro di Hamer: “Le cure non vanno bandite”