venerdì 13 ottobre 2017

Wilson

Us ciamava Mario Riccio
Ma par tuti l’era Wilson
Il ciamavan c’mè so padar
Che u sunava ar viulei
L’era un Turtunes, anche sl’era un urs
L’era un toc ad pou
Insoi l’era cmè lù

Lu u fava su i cartou
Par pagas ra pensiou
Sempar in gir in canutiera
Anche quand l’er fred dad fora
L’era un Turtunes, anche sl’era un urs
L’era un toc ad pou
Insoi l’era cmè lù
L’era un bravo om
Ug piasiva vardà ar don,
fag un cumpliment,
ma sensa ufend insona
L’era un turtunes
Quand che lu um fermava,
um disiva c’mè cam ciam
e a c’mè us ciamava mè padar
Us cunusiva tuti bei
L’er no tanta fei,
ma us vuriva bei
Insoi l’era cmè lù
L’era un mè amis
L’er no tanta fei,
ma us vuriva bei
Insoi l’era cmè lù
L’era un Turtunes

Tanino Castellani

Foto di Vittorio Piccinini

mercoledì 4 ottobre 2017

Il rimedio è la povertà

Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di Goffredo Parise.


Troviamo utile pubblicare di tanto in tanto dei gioielli del pensiero. Questo è un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al 1975. Si trova nell'antologia "Dobbiamo disobbedire", a cura di Silvio Perrella, edita da Adelphi. Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di questo autore sicuramente libero e lontano da ogni appartenenza politica e salottiera. Rappresenta per noi oggi - media compresi che non ospitano più pezzi così controcorrente - uno schiaffo contro la nostra inerzia.

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Continua qui

lunedì 25 settembre 2017

Il pane del boia

e il mistero della rocca di Lerma 
 
Di Marco Marengo


Ci sono storie che affondano le loro radici nella terra, traendo dal suolo, dalle rocce e dagli anfratti una strana linfa che le rende, non soltanto parte del territorio, ma energia oscura a cui attingere quando si scrivono romanzi come questo. Il “pane del boia” di Marco Marengo ha il pregio di riproporre, con gli stilemi propri ed originari di questo autore, un avvenimento che ha dei fondamenti storici (le milizie di Facino Cane) frammischiandoli a un plot dove la narrazione conosce momenti di intenso lirismo e inequivocabili tratti cari al più puro genere fantastico.

Continua qui

Una storia enigmatica, con basi storiche, ambientata a Lerma, un piccolo paese del Monferrato. Intreccio di crudeli vicende umane e fantastiche.

domenica 24 settembre 2017

Lotta alla sma, il nuovo spot di Checco Zalone


Nuova raccolta fondi nazionale a favore delle cure per l'atrofia muscolare spinale. L'attore sostiene la campagna e lancia l'appello per salvare la vita a centinaia di bambini. Obiettivo: raddoppiare le donazioni del 2016 e raccogliere  500mila euro



A un anno di distanza dal primo, divertentissimo spot in favore della Sma, l'atrofia muscolare spinale, Checco Zalone replica tornando a prestare il volto all'associazione dei familiari di chi lotta contro questa malattia, la prima tra quelle genetiche per mortalità in età infantile.

Lo spot con Zalone

Nel video dell'associazione Famiglie Sma il comico barese compare al tavolo con un gruppo di bimbi affetti dalla malattia tra cui Mirko, presente al fianco di Zalone anche nel precedente spot. I bambini dicono che c'è bisogno di fondi per una cura (che, a detta dell'associazione, è vicina) e Checco in un primo momento si offre di pagare tutto lui, facendo finta di firmare un assegno. Quando però sente la cifra spropositata che servirebbe – oltre 5 milioni – si rivolge a tutti. E l'hashtag della campagna è proprio #facciamolotutti, mentre il numero per donare è il 45521.

Continua qui (video)

martedì 22 agosto 2017

Nei tuoi occhi /En tus ojos

En tus ojos se espejan los puertos del mundo
pero tu
ahora aquí
sobre este cielo de palabras
eres mi puerto



Nei tuoi occhi si specchiano i porti del mondo
ma tu
adesso qui
su questo cielo di parole
sei il mio porto

Antonio Nazzaro

lunedì 24 luglio 2017

L'indifferenza...

"Marco si è sentito male domenica, mentre era con suo fratello e gli amici.
Un ragazzo gentile di 24 anni che parlava cinque lingue, impegnato come volontario per tradurre le informazioni ai richiedenti asilo.
Si lamentava per i forti dolori all’addome. I crampi che provoca l’appendicite quando si infiamma.
È corso in ospedale, dove lo hanno trattato con superficialità e dimesso senza fargli alcuna analisi. «Ma io sto malissimo, mi fa male la pancia!», ripeteva. Non gli hanno creduto.
Nelle ore successive i dolori aumentano. La sera, Marco non riesce più a stare in piedi. Suo fratello e i suoi amici lo portano alla farmacia di turno, quella di Piazza Garibaldi, a un passo dalla stazione centrale di Napoli. Il farmacista si rifiuta di aprire la porta. Vede il ragazzo contorcersi per il dolore. Lo pregano di chiamare un’ambulanza. Attendono per più di un’ora, mentre Marco è riverso a terra, ma l’ambulanza non arriva. I ragazzi corrono alla fermata dei taxi più vicina, quella di Piazza Mancini. Per accompagnare Marco in ospedale servono dieci euro per la corsa. «Eccoli!», dicono, ma il tassista si rifiuta di caricarli. «Per piacere, sta malissimo!».
Niente da fare. I ragazzi sollevano Marco e lo scortano a un’altra farmacia. Il farmacista osserva il ragazzo e gli suggerisce di acquistare farmaci per quindici euro. Marco inghiotte i farmaci, torna a casa, vomita.
Suo fratello e i suoi amici tentano di nuovo di chiamare un’ambulanza, invano. Si rivolgono a Mauro, che è medico. Telefona anche lui: «Non possiamo mandare un’ambulanza per un ragazzo che vomita». «Ma sta male - li supplica Mauro - è urgente!». Ricostruisce i fatti parlando al telefono con i colleghi, spiega i sintomi. Marco rantola, ha quasi perso conoscenza. «Niente ambulanza, dovete portarlo a farsi visitare alla guardia medica. Nel caso, poi, l’ambulanza la chiamano loro». Sui fratello e gli amici lo prendono in spalla, corrono disperati verso Piazza Nazionale. Fermano una volante dei Carabinieri ma nemmeno quelli vogliono caricare Marco in macchina. Si rimettono a correre.
Quando arrivano a destinazione Marco non risponde più. I medici capiscono che bisogna chiamare un’ambulanza e operarlo al più presto, ma il più presto era prima.
Poco dopo l’arrivo in ospedale, Marco è morto.
È morto perché non si chiamava Marco ma Ibrahim Manneh e veniva dalla Costa D’Avorio, come l’abbiamo ribattezzata noi europei nel 1500, quando abbiamo razziato tutti gli elefanti della zona portandoli all’estinzione."
Francesca Fornario su Il Fatto Quotidiano, 11 luglio 2017

In memoria di tutti gli Ibrahim contro il razzismo crescente di coloro che per squallidi ritorni elettorali giocano sulla pelle degli immigrati, di coloro che vogliono erigere muri o blocchi navali, di coloro che si scagliano contro chi cerca una vita migliore.
IO SONO IBRAHIM! PER NON DIMENTICARE, MAI!


Fonte

sabato 22 luglio 2017

Se parlo di Napoli...

Se parlo di Napoli, meglio che stia zitto. Se parlo di infiltrazioni mafiose al Nord, meglio che parli di Napoli. Se parlo di riciclaggio a Londra, meglio che parli di Italia. Se parlo di una parte politica, ma non parli mai degli altri? Più mi invitate al silenzio, più capisco di colpire nel segno, di centrare il bersaglio. E poi c'è chi è convinto che io non capisca ciò che accade perché non vivo più a Napoli, perché non vivo più in Italia. Vivrei, invece, come dice un senatore di Ala, in un attico a Manhattan. Triste constatazione: alla politica si dà ormai credito solo quando diffonde bufale.

Ed ecco quindi un messaggio chiaro e inequivocabile per chi mi insulta: mi dispiace, perdete il vostro tempo. Continuerò a studiare, ad analizzare, a mettere insieme tasselli e a farne un racconto comprensibile (soprattutto) per i non addetti ai lavori. Perché è questo il mio obiettivo: condividere ciò che imparo.
A volte mi dite che non è abbastanza... certo, non è abbastanza se non ci si mette in gioco tutti, quotidianamente. Conoscere e capire per agire.
Se poi vi infastidiscono le mie parole, vi do un consiglio, state alla larga da questa pagina. Non sarà insultando che mi ridurrete al silenzio.


Roberto Saviano

 

sabato 15 luglio 2017

Il giovane discepolo...


Il giovale discepolo di un saggio filosofo arriva a casa e gli dice:
– Maestro, un amico mi ha parlato male di te…
– Aspetta! – lo interrompe il filosofo – Hai fatto passare quello che mi vuoi raccontare per i tre filtri?
– I tre filtri? – chiede il discepolo.
– Sì. Il primo è il filtro della verità: sei sicuro che ciò che vuoi dirmi è assolutamente certo?
– No. L’ho sentito dire ad alcuni vicini di casa.
– L’hai almeno fatto passare per il secondo filtro? È il filtro della bontà. Ciò che vuoi dirmi, fa del bene a qualcuno?
– No, in realtà no. Al contrario…
– Capisco. L’ultimo è il filtro della necessità: è necessario farmi sapere ciò che t’inquieta così tanto?
– A dire il vero, no.
– Allora,
– dice il saggio sorridendo, –
se non è vero né buono né necessario, seppelliamolo nel dimenticatoio.

mercoledì 12 luglio 2017

If - Se



(EN) « 
If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you;
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too:
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don't deal in lies,
Or being hated, don't give way to hating,
And yet don't look too good, nor talk too wise;

If you can dream—and not make dreams your master;
If you can think—and not make thoughts your aim,
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same:
If you can bear to hear the truth you've spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build 'em up with worn-out tools;

If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss:
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: "Hold on!"

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings—nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much:
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds' worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that's in it,
And—which is more—you'll be a Man, my son!
 »
(IT) « 
Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all'odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c'è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: "Tenete duro!"

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!
 »
(Rudyard Kipling, Se)


Fonte: Wikipedia

mercoledì 5 luglio 2017

Vorrei

Fonte immagine










Vorrei
che le parole
uscissero dalla nostre labbra
e ci avvolgessero
in cerchi sempre più piccoli
fino a un bacio
Il brivido
di due mondi
che si sfiorano
e diventano uno solo
E' un abbraccio
che poi si irradia
in cerchi sempre più grandi
Perdo i miei confini
e sfumo nell'infinito


Alessandra Vignoli da Ali di Vetro


martedì 27 giugno 2017

Il Giappone piange la blogger che raccontava la sfida al cancro (sfidando tabù e pregiudizi)

Era una famosa presentatrice tv, due bimbi piccoli, un marito affascinante. Fino a quando non scoprì il tumore al seno. Ha rotto un tabù in un Paese che non parla in pubblico di sentimenti

Due anni e mezzo di battaglia con il cancro al seno, persa giovedì notte nella sua casa di Tokyo, ma che l’hanno consegnata alla storia sociale e psicologica del Giappone come una combattente intrepida e solare. Mao Kobayashi aveva solo 34 anni, una bellissima carriera da presentatrice della televisione, un marito attore, affascinante e famoso quanto lei, due figli piccolissimi. Una vicenda da pagine rosa, fino a un giorno dell’ottobre 2014, quando seppe di avere un tumore aggressivo. Una tragedia raccontata in diretta sul suo blog «Kokoro» (cuore, ma anche sentimento) che l’ha resa ancora più popolare, tanto da farla inserire nella classifica delle 100 donne del 2016 dalla Bbc.
Lo scoop e la decisione
Quando le fu diagnosticato il cancro, Kobayashi e la famiglia decisero di tenere riservata la notizia. In Giappone la gente non è abituata a parlare dei propri problemi personali e le malattie gravi sono ancora un tabù. Nell’estate del 2016 però un tabloid venne a sapere e non rinunciò allo scoop. Comparve il marito in una conferenza stampa, chiedendo il silenzio. Così fu una sorpresa quando tre mesi dopo, a novembre, Kobayashi aprì il suo «Cuore» e scrisse: «Avevo 32 anni quando ho ricevuto la diagnosi del tumore al seno. Mia figlia aveva tre anni, mio figlio solo uno. Pensai: "Andrà tutto bene, tornerò ad essere come prima dopo le cure". Ma non è stato così facile, e il cancro è ancora nel mio corpo».

«Mi sentii fragile e fallita»
Kobayashi spiegò alla gente perché all’inizio non aveva detto niente della malattia. «Il mio lavoro è apparire in tv e così avevo paura di essere associata con quella parola, cancro, e non volevo essere vista nella mia fragilità. Non volevo essere vista mentre andavo in ospedale, sentivo di aver fallito, e ho smesso di comunicare con gli altri al di fuori della mia famiglia. Ma così, mentre cercavo di tornare quella che ero prima, in realtà mi incamminavo sempre più verso le ombre, allontanandomi sempre più dalla persona che volevo essere. Poi, un giorno, la dottoressa delle cure palliative mi disse: "Non nasconderti dietro il cancro". Capii: lo stavo usando come una scusa per non vivere più». In altri post continuò a raccontare i particolari più tristi, compresa la perdita dei capelli per la chemioterapia; ma anche l’amore per la famiglia che la spingeva a resistere e a sperare. Il blog diventò il più seguito in Giappone e ha ispirato molte donne nella loro battaglia contro la malattia.

Continua qui

giovedì 22 giugno 2017

Chi era Giorgio Caproni, l’autore nell’analisi del testo alla maturità

Una sua poesia è stata scelta quest'anno per una delle tracce della prima prova

 
Il poeta Giorgio Caproni è l’autore della poesia che è stata selezionata quest’anno per la traccia di analisi del testo alla prima prova della maturità. La poesia di Caproni si intitola “Versicoli quasi ecologici” ed è contenuta nella raccolta postuma Res Amissa, uscita nel 1991.


Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.


Caproni era nato nel 1912 a Livorno. Studiò a Genova, ma visse quasi tutta la sua vita a Roma. Fece la guerra (1939), partecipò alla Resistenza, fu per molti anni maestro elementare e collaborò con diversi giornali e riviste scrivendo poesie ma anche saggi, racconti e traduzioni, soprattutto dal francese e di opere molto importanti: Il tempo ritrovato di Marcel Proust, Bel Ami di Guy de Maupassant, I fiori del male di Charles Baudelaire, L’educazione sentimentale di Gustave Flaubert, tra le altre. Fu in contatto con alcuni dei principali intellettuali del Secondo dopoguerra come Pier Paolo Pasolini e Natalia Ginzburg.

Continua qui 

domenica 18 giugno 2017

Macinazione grani antichi...



Tratto dal Notiziario della Rete Semi Rurali
Domenica 22 giugno nell’ambito del festival rurale BOSCADRA’ un folto gruppo di persone è partito dalla Cascina Barbàn ovvero dalla Località (recuperata dai rovi e dall’emarginazione) Le Cantine di Figino in Val Borbera, Piemonte (AL) per andare a piedi, al paese vicino: Molino S.Maria.
L’escursione è servita per raggiungere l’antico mulino ad acqua e riuscire così a macinare una ventina di chili di frumento tenero tra Gentil Rosso e Autonomia B che sono serviti poi per fare il pane e un seminario-laboratorio sulla panificazione naturale.
Esistono in Val Borbera diversi mulini ad acqua dalla grande bellezza e potenzialità ma soltanto uno, quello che abbiamo utilizzato noi, è in condizioni di salute non proprio catastrofiche.

Un mulino per svolgere il proprio mestiere nel migliore dei modi, come ogni strumento, ha bisogno di manutenzione ordinaria, straordinaria e soprattutto di lavorare.
Negli anni novanta, quando è stato deciso di ristrutturare quello di S.Maria, di proprietà del comune di Albera ligure, credo proprio che l’intenzione non fosse quella di farlo tornare operativo, nell’autentico senso della parola, che opera, bensì, di renderlo un poco in ordine, apparentemente a posto per poter essere visionato da scolaresche o visitatori di città.
A mio avviso, questo è il passaggio più interessante della recente storia di questo manufatto.
Un passaggio che ha a che fare con la cultura e anche con la politica.
In quel periodo non si è creduto nell’importanza anche strategica che un mulino può guadagnarsi in una piccola vallata dell’Appennino.
A quei tempi era ancora più azzardato rispetto ad oggi pensare di far tornare un vecchio mulino protagonista del cibo, locale.

Continua qui (video)

martedì 13 giugno 2017

11 giorni di carcere e 8.000 euro a un vignaiolo di multa per aver pulito 100 mq di sterpi!

Francesco Carfagna è uno dei vignaioli a cui Slow Wine è più affezionato (Chiocciola sulla guida per alcuni anni e Vino Slow spesso e volentieri). Vignaiolo autodidatta, ha fatto la pazzia di creare un’azienda agricola sull’isola del Giglio, Parco Nazionale (Arcipelago Toscano), con terreni in fortissima pendenza e tutti terrazzati. Insomma, una fatica boia. Ha deciso di puntare tutto sul vitigno indigeno ansonica e di creare il suo Ansonaco. E gli viene anche particolarmente buono. Molti di voi lo conosceranno perché è presente con il suo banchino alle più importanti fiere naturali del nostro paese.

Bene, questa è la premessa, solo per dire che la lettera che leggerete sotto non è scritta da una persona qualsiasi ma da un vignaiolo che conosciamo benissimo, che ha la nostra piena fiducia e stima, perché nel corso della sua vita ha espresso sempre una grande serietà e attenzione per l’ambiente e l’isola che abita.

 Cosa gli è accaduto? Un giorno ha deciso di pulire dalle sterpaglie 100 mq (foto a lato, vedasi giubbotto sulla destra per capire le dimensioni) di terreno (suo) e per aver fatto questo gli è stata recapitata una multa di 8.000 euro e 11 giorni di carcere (documento che potete visionare al fondo). Tra l’altro un suo vicino ha provato a zappare l’orto e se la passa ancora più male (con sequestro penale del suo campo). Carfagna ammette di aver sbagliato perché prima di pulire il pezzo di terra non ha chiesto i dovuti permessi alle autorità, ma c’è pena e pena, la sua pare francamente esagerata.
In più bisognerebbe chiedersi (e Francesco nella sua lettera lo fa benissimo) come agevolare chi fa agricoltura in posti come il Giglio, che se non è coltivato si riempie di arbusti, rovi, ecc.. e così le terrazze franano, oltre a un rischio incendi elevato, e possibili smottamenti.
Si dovrebbe creare una legislazione speciale per questi luoghi che tuteli il paesaggio e aiuti chi lo difende…
Insomma leggete questa bellissima lettera, quasi un grido di dolore, condividetelo, fatelo girare, fate sentire la vostra vicinanza a Francesco, aiutiamolo in qualche modo (noi un’idea ce l’abbiamo)…

Continua qui

martedì 23 maggio 2017

Quest’uomo ha deciso di rendere pubbliche 31 foto della moglie dal contenuto molto forte. A prova di stomaco.

Quando il fotografo Angelo Merendino incontra Jennifer per la prima volta, si innamora di lei. È quello che si dice un vero colpo di fulmine. Presto decidono di andare a vivere insieme a Manhattan e, sei mesi più tardi, si sposano proprio a Central Park, circondati dai familiari e dagli amici. Per cinque mesi, la coppia vive una favola una vera e propria.

Continua qui

venerdì 19 maggio 2017

Di balene tristi ed altri incidenti

Partendo dal presupposto che molto probabilmente stiamo assistendo ad una delle tante profezie autoavveranti (così come definite da Merton) , dobbiamo dare atto alle Iene di essere loro stesse -ovviamente senza volontà di dolo- procacciatrici di prede per i cosiddetti “curatori”. Ho assistito, dalla trasmissione del fatidico servizio, ad un proliferare prima sconosciuto sul social italiano del famoso hashtag letteranumero che dovrebbe indicare la candidatura al gioco (sempre, ripeto, che tale gioco esista davvero). Non so quanti lo facciano seriamente, non so quanti per curiosità o altro. Se si prova a chiedere amicizia a qualcuno di costoro la prima domanda che ti arriva in forma privata è la seguente, uguale per tutti : “Ki sei? il mio curatore?”.

In genere, alla risposta negativa segue subito una rimozione dalle amicizie, oppure la convinzione che questa sia una delle prove da superare per essere ammessi. Oppure ancora (e per fortuna) la confessione che si stesse solamente scherzando. In ogni caso, trovo preoccupante sia la leggerezza con la quale una trasmissione abbia acceso la scintilla dello spirito di emulazione e di una vera e propria moda. Trovo sconvolgente che, se si decida di morire, lo si debba fare obbedendo ad un condizionamento altrui. Eroi? Ma questa è solo vigliaccheria. “Morire per delle idee”, predicava De Andrè . Morire per ribellione, per amore, per la libertà. Personalmente ho sempre coccolato la morte (mia, quella di chi amo mi terrorizza), molte volte l’ho presa in considerazione come unico mezzo per sfuggire alla sofferenza del troppo pensare o di situazioni dolorose. Ma soprattutto come idea di potere, di libertà. “Questa volta DECIDO IO. Alla faccia di tutti, divinità presunte comprese” (ah, a questo proposito, evitiamo di tirare in ballo come sempre il Satanismo, che invece è un inno alla vita ed alla realizzazione dell’ Uomo. Chi sostiene il contrario non lo conosce affatto ed è meglio non lo nomini neppure)

Che cazzo di gioventù siete? la gioventù è ribellione per antonomasia. Questo sì che mi spaventa davvero...il non essere neppure in grado di decidere autonomamente se vivere o morire. A questo punto salta fuori il “disgustoso condizionamento”. E mi viene da sorridere, scusate il cinismo. Perchè se tu che hai 17 anni ti lasci condizionare da uno psicopatico di 22 forse sei peggio dello psicopatico... che a suo modo di vedere non ha neppure torto, allora. La manipolazione(a meno che uno non abbia particolari doti) è un meccanismo complesso, una strategia che non si impara dall’oggi al domani . Utilizza principalmente il modus stimolo-risposta -premio oppure risposta-punizione. Richiede isolamento, richiede un legame continuo e quasi amoroso col proprio condizionatore. E questo è solo il primo passo... se non ricordo male ci sono almeno 13 lunghissimi punti da affrontare. A meno che, appunto, non sia tutta una gran bufala e che questi suicidi non siano solo dovuti a noia, alcool, droghe.

Ragazzi, non uccidetevi. Ma se proprio dovete farlo, decidetelo da soli. E possibilmente per una buona causa. Ribellatevi, se la vita non vi piace...rovesciatela. E lasciate in pace le balene, che già hanno un sacco di problemi per loro conto..
come disse qualcuno che di certo conoscete, senza andare a cercare inutilmente filosofi che cadrebbero nel rifiuto a priori, “stay hungry...stay foolish” 
 

giovedì 11 maggio 2017

Fuga dal campo di prigionia per scalare la vetta del Kenya

L’odissea di Benuzzi, alpinista e diplomatico che ricostruì il Paese

«Il cuore e l’abisso» è il titolo del libro di Rory Steele. australiano, scrittore e diplomatico (foto Ferrigato)

Torino 
Alpinista, prigioniero di guerra, diplomatico e scrittore, Felice Benuzzi era un protagonista in cerca d’autore. L’ha finalmente trovato in Rory Steele, autore de «Il cuore e l’abisso. La vita di Felice Benuzzi». Alla tournée di città italiane, non poteva mancare Torino, giovedì 11 maggio alle 21 al Museo della Montagna, e non vi poteva essere cornice più indicata del Museo della Montagna. La scalata di Punta Lenana (4985 metri) in Kenya fu l’avventura indelebile di Felice Benuzzi. Più di settant’anni dopo, Steele la riporta alla luce.

Fu amore di libertà o della montagna? Internato in campo di prigionia britannico in Kenya, nel 1943 Felice Benuzzi riesce ad evadere - il sogno di tutti i prigionieri di guerra - per ripresentarvisi 17 giorni dopo. Nel frattempo non ha trovato di meglio che scalare Monte Kenya, la seconda montagna più alta dell’Africa. Chi fa alpinismo serio sa cosa sia quota 5000; può solo immaginare cosa sia arrivarci senza attrezzature, con mezzi, viveri, indumenti ed equipaggiamento di fortuna.
Quando Benuzzi scrisse la storia della fuga, fatta insieme a due compagni di prigionia, Giovanni Balletto e Vincenzo Barsotti, l’immancabile humour del traduttore inglese trovò il titolo perfetto «No Picnic on Mount Kenya». Non lo fu certo.

La vita di Felice Benuzzi non si esaurisce nell’avventura keniota. Una volta liberato, egli continuò naturalmente a fare alpinismo, dimostrando che non era stata solo l’ebbrezza dell’evasione dal campo a spingerlo verso la vetta africana. Divenne diplomatico e per circa trent’anni alternò la sua passione per la montagna l’impegno professionale in sedi esigenti, come Berlino Est nel cuore della guerra fredda, e con una ricca attività di scrittore, pubblicista, negoziatore. Una figura a tutto tondo che appartiene alla «grande generazione» che ricostruì l’Italia, e l’Occidente, dopo la tragedia della guerra.

Continua qui

mercoledì 3 maggio 2017

Giornata mondiale della libertà di stampa: Ankara piange, ma il resto del mondo non ride


La Giornata mondiale della libertà di stampa 2017 è tinta con il rosso della bandiera turca e con quello del sangue degli oppositori in carcere. La situazione è difficile, anzi difficilissima: basta parlare con qualcuno in Turchia per capire quanto l’aria, da quelle parti, si sia fatta irrespirabile negli ultimi tempi; tanto per la stampa quanto per i dissidenti. Nel paese della mezza luna si rischia di finire nei guai per un Tweet o per uno stato su Facebook
 
Continua qui

Giornata mondiale della Libertà di Stampa, Torino ricorda Casalegno

 

Libertà di stampa, l’Italia crolla: ora è al 77° posto

 

 

 

lunedì 1 maggio 2017

Primo Maggio 1947, 70 anni fa l’eccidio di Portella della Ginestra

Il bandito Salvatore Giuliano e i suoi complici spararono sui lavoratori siciliani riuniti per celebrare la Festa del Lavoro, che era stata spostata dal regime fascista al 21 aprile. Caduto il segreto di Stato rimane la difficoltà di accedere agli atti che nascondono una verità che nonostante venga commemorata non è ancora stata raccontata

Nella foto, Ansa, Serafino Pecca, l’ultimo dei sopravvissuti
Un nome primaverile che evoca un giorno di morte. Ricorrono oggi i settanta anni dalla strage di Portella della Ginestra, in Sicilia. Il Primo maggio 1947 una folla di lavoratori, donne, bambini e anziani fu bersagliata dalle raffiche di mitra della banda di Salvatore Giuliano, mentre ascoltava il discorso di alcuni dirigenti del Pci in occasione della Festa dei lavoratori. La prima che si tornava a festeggiare in quella data, dopo essere stata spostata dal regime fascista al 21 aprile (il «Natale di Roma»). Furono undici le persone uccise (a cui aggiungiamo le morti avvenute successivamente), più di sessanta i feriti. Una strage ancora senza mandanti (qui la prefazione di Ferruccio de Bortoli alla riedizione del libro di Tommaso Besozzi «La vera storia del bandito Giuliano»): nell’area tra i comuni di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello in molti si erano ritrovati anche per la vittoria elettorale del «Blocco del Popolo» (l’alleanza tra socialisti e comunisti) alle elezioni regionali del 20 aprile (qui il racconto di Egisto Corradi dall’Archivio del Corriere).

Grasso: «Arrivare alla verità»
Qui si sono svolte oggi le celebrazioni a livello nazionale della Festa del Primo maggio, alla presenza dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Alle 8 il ritrovo alla Casa del popolo, poi deposizione di una corona di fiori al cimitero in memoria dei caduti e corteo nelle strade della cittadina e sul luogo dell’eccidio. Un anniversario per il quale si è speso in prima persona anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, chiedendo di rendere pubblici i documenti ancora non accessibili e accertare i mandanti di una strage che ha segnato la stagione delle lotte per la terra e, più in generale, la crisi politica, sociale e dell’ordine pubblico del dopoguerra. 
 
Le parole dell’ultimo sopravvissuto
«Ci eravamo dati appuntamento per festeggiare il Primo maggio ma anche l’avanzata della sinistra all’ultima tornata elettorale e per manifestare contro il latifondismo. Non era neanche arrivato l’oratore quando sentimmo degli spari», racconta settant’anni dopo ancora commosso Serafino Petta, l’ultimo sopravvissuto alla strage. «Avevo 16 anni, pensavo che fossero i petardi della festa, ma alla seconda raffica ho capito.
 
Continua qui

domenica 30 aprile 2017

Una donna da proteggere


di Massimo Gramellini

Certe volte mi domando che cosa si debba fare in Italia per finire in galera e soprattutto per restarci. Reduce da un’onorata carriera di minacce e percosse alla ex moglie, a Torino un balordo spara al figlio e non lo uccide solo perché gli si inceppa la pistola. Lo arrestano l’8 marzo, festa della donna. Il 10 è fuori. Naturalmente con un solenne e assoluto divieto di avvicinamento ai familiari: è dai tempi delle gride manzoniane che le nostre leggi fanno la faccia cattiva con la coda tra le gambe. Il balordo è talmente preoccupato che la mattina dopo si rimette sulle tracce della ex. La povera donna, che se l’è sorbito per ventidue anni e questo è l’unico particolare della storia che non depone a suo favore, riceve in un giorno duecentosettantasei telefonate. Lui la ritrova, la picchia, torna in carcere. E siamo al 28 marzo. Giusto il tempo di un riposino ed eccolo di nuovo libero (ma il tentato omicidio del figlio è stato archiviato?). Libero di insultare e minacciare l’universo mondo. Lo rimettono dentro, eppure mercoledì scorso indovinate dov’è? Arresti domiciliari, intima il giudice di sorveglianza, scarcerandolo alle otto di sera. Quaranta minuti dopo è già al bar di famiglia, pronto a dare in escandescenze.

Continua qui