mercoledì 24 agosto 2016

La terra trema

Una notte d’ estate come tutte le altre. Metti a dormire la bambina, ti accasci sul letto ed inizi a sognare. Io stavo sognando che ero a casa di mia sorella che abita in un appartamento al secondo piano di una palazzina, al contrario di me che sto al piano terra, e la mia paura in quel sogno era quale fosse la strada più veloce per scappare nel caso di un terremoto. Pochi secondi dopo, alle 3.36, vengo svegliata dal letto che si muove. Oddio penso, il terremoto. Aspetto seduta sul letto, passerà penso, è una di quelle scosse piccole e brevi. Invece continua, da un colpo secco più grande, mi alzo e corro verso la porta di casa e ancora non smette. Mio marito va a controllare che Gioia non abbia sentito nulla. Lei dorme fortunatamente. Vado su Facebook e capisco subito che troppa gente lo ha sentito a km di distanza da qui, quindi l’epicentro non è da queste parti. Negli ultimi anni ci sono state diverse scosse con l’epicentro a pochi km da casa e avevo subito capito che fosse distante. Di solito prima arriva il boato e poi inizia il tremolio, questa volta non c’è stato. Poco dopo arriva la terribile notizia. Epicentro Rieti magnitudo 6.


Interi paesi rasi al suolo, morti, feriti, persone che in pochi secondi hanno perso tutto. Un’ora dopo provo a tornare a letto. Altra scossa 5.5. Penso ancora a quella povera gente. Stamattina al tg sono arrivate le immagini della tragedia. Serve sangue, servono aiuti. Questi i numeri utili della protezione civile.


 Continua qui

venerdì 12 agosto 2016

Osteria di Chichibio: i vip non pagano e protestano su TripAdvisor


Pagare il conto al ristorante? Quale volgarità! Andarci durante il regolare orario di apertura? Roba da parvenu!

Almeno per Vittorio Sgarbi e il suo entourage che, si sa, come tutti i vip detesta mescolarsi alla dozzinale plebaglia e coltiva l’elitario vezzo di andare per locali, che siano musei o posti dove gozzovigliare, in orari e con modalità inaccessibili ai comuni mortali.

Non è un mistero infatti l’abitudine di Sgarbi di frequentare musei e chiese antiche in orari notturni, facendoseli aprire appositamente dall’assonnato custode per bearsi in solitaria delle meravigliose opere d’arte.

Ma questa volta, il critico d’arte non si è andato a nutrire dell’aura di quadri incantevoli e sculture raffinate ma più prosaicamente di verace, gagliardo, terrenissimo cibo.

Peccato che abbia preteso di farlo ben oltre l’orario di chiusura, a notte inoltrata, e non da solo o in compagnia di un paio di amici –come pare avesse comunicato al titolare preventivamente– ma con una comitiva di circa una quindicina di persone, modello gita fantozziana.

Continua qui

mercoledì 27 luglio 2016

"Il pacco è servito"

CARO TESTA A PINOLO, IO IN VACANZA CI VADO
Caro testa a pinolo...
No, non ho niente contro i pinoli e neanche contro le "teste a pinolo", ché un po' anche la mia ci somiglia. Ma avrei potuto iniziare questa lettera diversamente, ad esempio chiamandoti "testa di cazzo". E allora ecco, credo che "testa a pinolo" possa essere un giusto compromesso tra il mantenere superiorità intellettuale mostrando rispetto e educazione, e lo sfotterti un po' richiamando ugualmente "alla testa di cazzo" che hai dimostrato di essere.

Sì, caro il mio testa a pinolo. Ho saputo che sei stato in vacanza e che qualcosa è andato storto. Un gruppo di disturbatori ha infranto il tuo progetto di relax in mezzo al verde. Che magari te lo eri pregustato per tutto l'anno chiuso all'aria condizionata del tuo ufficio, in piena città, otto ore per cinque giorni tra noia e frustrazione.
Caro il mio testa a pinolo, nessuno poteva prevedere che in mezzo a cotanto grigiore non avresti resistito allo sbalzo della bellezza che irrompe, magica, nella vita di qualcuno.

Lo sbalzo emotivo è stato insostenibile perché, si sa, un disabile è una persona triste per natura, e quando qualcosa si rivela come non pensavamo che fosse ci destabilizza. Quando qualcosa sconfina dall’etichetta sociale che siamo soliti dargli, un po’ per rassicurare noi stessi e un po’ per sentirci migliori, si perde la bussola.
Per quelli infatti, i disabili che soffrono tanto (per definizione, appunto), ci sono gli ospedali, le case di cura e di riposo. Che se si chiamano “di cura” è normale che soffrano e se si chiamano “di riposo” va da sé che non è certo naturale per loro ballare, o cantare, o fare escursioni all’aria aperta come fanno tutti gli altri. Magari ridono anche, t’immagini?
Ecco. E allora? Cosa diamine si è inceppato nel magico cerchio della vita ai tuoi occhi miopi?

Caro il mio testa a pinolo… Mi trovo qui a scriverti due righe perché non so se un giorno anche io avrò dei figli come te. In realtà non so neanche se avrò un lavoro che mi permetterà di sognare una vacanza, ma andiamo per gradi: di certo una cosa l’ho ben chiara in testa, ed è la responsabilità genitoriale.
Se mai un giorno avrò dei figli vorrò insegnare loro che la vera disabilità è negli occhi di chi guarda, di chi non comprende che dalle diversità possiamo solo imparare. Disabile è chi non è in grado di provare empatia mettendosi nei panni degli altri, di mescolarsi affamato con altre esistenze, di adottare punti di vista inediti per pura e semplice curiosità.

Citando una tua frase. “I disabili sono persone che purtroppo la vita gli ha reso grandi sofferenze ma vi posso assicurare che per i miei figli non è un bello spettacolo vedere dalla mattina alla sera persone che soffrono su una carrozzina.”.
Ecco, caro il mio testa a pinolo. Se un giorno avrò dei figli saranno sicuramente più fortunati dei tuoi che, poveracci, di colpe non ne hanno. Più fortunati perché scopriranno che la mia carrozzina non è né più né meno di un paio di scarpe nuove con le quali iniziare viaggi, avventure, sogni, destini, speranze.
Se un giorno avrò dei figli sapranno che il dolore, quello vero, è nascosto nell’indifferenza e non nella malattia. Che i brutti spettacoli del mondo ce li ha sempre “regalati” la cattiveria umana e mai la dignità. Che il mondo è popolato da persone diverse ma con gli stessi diritti. Che non esiste libertà abbastanza grande di quella che possiamo prenderci per essere felici.
Perché vivere significa questo: esser messi in condizioni di poter fare del nostro destino ciò che si vuole, senza mancare di rispetto (ah, che bella parola!) a chi ci sta intorno.

Quindi, caro il mio testa a pinolo… Non solo io in vacanza ci vado, quest’anno, come tutti gli altri anni. Ma ci andranno anche Marco, Matteo, Laura, Sara, Ilaria, Fabrizio, Ginevra, Alessandro… E tutti i ragazzi “speciali” di questo mondo, che di speciale non hanno niente se non la loro unicità: come me che ti ho scritto questo papiro di robe sconclusionate, forse, mosso da una frustrante sensazione di impotenza, e come te, caro testa a pinolo, che della vita non hai capito proprio niente.

Iacopo Melio

PS: “Bastava che la gente mi avvisava”… Il congiuntivo, perdiana! Almeno il congiuntivo…
— con Iacopo Melio

mercoledì 29 giugno 2016

WonderLaura DNF..e altre favole della buonanotte


A quanto pare il giorno in cui hanno distribuito la capacità di arrendersi io ero assente. Il che, detto così, potrebbe anche sembrare una bella cosa. E lo è, finché non arrendersi significa avere la giusta dose di testardaggine, la capacità di difendere ciò di cui si è convinti, la voglia di provarci ancora una volta. Dopo aver preso in considerazione i rischi e i vantaggi e aver deciso che questi ultimi sono un motivo sufficiente ad affrontare i primi.
Quando vado verso un obiettivo, invece, a me spesso il passaggio razionale manca totalmente. Semplicemente, l’opzione mollare il colpo non viene nemmeno contemplata. Si tratta di una questione di principio. Resistere, resistere, resistere.
Fino a ieri.
Credevo.
Mattinata calda dopo una settimana torrida, l’estate tanto attesa sembra essere arrivata comprimendo in queste prime giornate tutti i raggi di sole che aveva negato da inizio giugno. Mi metto in macchina alle sei, segna già 24 gradi. L’ideale per la gara più tosta della stagione.

La partenza è alle otto, partiamo carichi con il gruppo OltrepoTrail quasi al completo, ma li perdo ben presto di vista. I primi km sono una sofferenza, non riesco a capire se veramente le salite sono così dure o se sono io che mi sono lasciata prendere dal malumore e sto quindi vedendo tutto peggio di quanto sia realmente. Per fortuna poi inizia qualche passaggio che si inoltra nei sentieri, l’ombra e un tracciato più ondulato mi cambiano almeno la testa, mi sento più positiva, ma il succo non cambia.

sabato 4 giugno 2016

Quando Muhammad Ali incontrò Malcom X per la prima volta e la sua vita cambiò per sempre


Quando oltre cinquant’anni fa, era il 2 giugno del 1962, Cassius Clay ricevette una telefonata da un certo Sam Saxon, consigliere spirituale dei Musulmani Neri, non poteva sapere che quella chiamata avrebbe cambiato per sempre la sua vita.
Né tantomeno poteva immaginare che da quella breve conversazione, in cui Sam Saxon lo invitata insieme a suo fratello Rudy a Detroit per un raduno dei Musulmani Neri, avrebbe avuto origine la sua rivoluzione da Cassius Clay a Muhammad Ali. Una trasformazione che ha fatto sì che quel pugile così giovane e già vincitore della medaglia d’oro alle Olimpiadi, al quale nessuno dava molto credito e veniva additato dai più come uno sbruffone, nel giro di pochi anni sia diventato una leggenda della boxe e un leader carismatico nella lotta dei diritti civili.
A quella telefonata Cassius Clay rispose con entusiasmo, accettando subito l’invito. Così pochi giorni dopo partì per Detroit, senza sapere che la sua vita non sarebbe mai più stata la stessa. Perché fu proprio durante il suo viaggio a Detroit che incontrò il suo futuro mentore e amico, Malcom X.

La storia di quel primo incontro è stata racconta nei dettagli nell’ultimo libro dedicato all’amicizia tra Muhammad Ali e Malcom X, scritto a quattro mani da Randy Roberts e Johnny Smith e intitolato “Blood Brothers: The Fatal Friendship Between Muhammad Ali and Malcolm X”. Un incontro che avvenne il 10 giugno 1962 in una tavola calda di Detroit. I due parlarono solo per pochi minuti e più tardi Malcom X confesserà che fino a quel momento non aveva idea di chi fosse Cassius Clay, non seguendo la boxe da quando era uscito dal carcere. D’altra parte il pugile, noto per essere uno sbruffone e per presentarsi solitamente come “il più grande” e il “più bello”, di fronte al leader religioso evitò qualsiasi spacconata.

Continua qui

giovedì 26 maggio 2016

Signora anziana viene insultata perché non rispetta l’ambiente. Ecco la sua risposta


Alla cassa di un supermercato una signora anziana sceglie un sacchetto di plastica per metterci i suoi acquisti.

La cassiera le rimprovera di non adeguarsi all’ecologia e le dice:
“La tua generazione non comprende semplicemente il movimento ecologico. Noi giovani stiamo pagando per la vecchia generazione che ha sprecato tutte le risorse! ”
La vecchietta si scusa con la cassiera e spiega:
“Mi dispiace, non c’era nessun movimento ecologista al mio tempo.”
Mentre lei lascia la cassa, affranta, la cassiera aggiunge:
” Sono persone come voi che hanno rovinato tutte le risorse a nostre spese. E ‘ vero, non si faceva assolutamente caso alla protezione dell’ambiente nel tuo tempo.”

Allora, un pò arrabbiata, la vecchia signora fa osservare che all’epoca restituivamo le bottiglie di vetro registrate al negozio. Il negozio le rimandava in fabbrica per essere lavate, sterilizzate e utilizzate nuovamente: le bottiglie erano riciclate. La carta e i sacchetti di carta si usavano più volte e quando erano ormai inutilizzabili si usavano per accendere il fuoco. Non c’era il “residuo” e l’umido si dava da mangiare agli animali.
Ma noi non conoscevamo il movimento ecologista.

Continua qui

giovedì 19 maggio 2016

Sul Monte Penna dopo la nevicata




È lasciando la frazione di Alpe alle spalle che si ha l’impressione di passare attraverso un vecchio armadio per giungere in un paesaggio fantastico, completamente bianco, dove tutto è innevato... esattamente come accade nel film: "Le cronache di Narnia".
Il camino del Rifugio Monte Penna fuma come un bastimento a vapore e il tetto mostra tutto lo spessore della neve caduta nei giorni precedenti: un metro. La premessa è quella che aspettavo: sarà una gran bella giornata.
Bevuto il caffè e noleggiate le ciaspole si può partire. I 602 ettari di foresta demaniale del Penna sono immacolati, la faggeta è più silenziosa del solito, tutto è attutito, quasi per non alterare quel sottile equilibrio creato dallo spesso manto nevoso.

Continua qui

mercoledì 18 maggio 2016

Nome di battaglia: Avesta Harun



di Elisabetta Rosaspina

Quando Avesta si chiamava ancora Filiz, la sua battaglia non interessava granché l’Occidente. Era una questione fra il suo popolo, i curdi del sud est anatolico, in lotta per l’indipendenza, e la Turchia, la seconda potenza militare (dopo gli Usa) della Nato. Tra il gruppo di fuoco del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, con la sua sanguinosa catena di attentati (generalmente, va precisato, contro obiettivi militari e non civili) e un Paese alleato che offre basi strategiche per le operazioni in Medio Oriente, l’Europa e gli Stati Uniti non avevano avuto dubbi nel scegliere con chi stare: dalla parte di Ankara contro quelli che molti Stati hanno deciso o accettato di inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Lì sarebbero rimasti: una sigla fra tante e una formazione di idealisti male armati e più o meno irriducibili, infrattati nelle loro montagne, evocati a ogni esplosione di un ordigno, contro un autobus di soldati, una caserma o una stazione della polizia turca. O a ogni ipotesi di un cessate il fuoco e di una concessione politica ai rappresentanti curdi. Finché sul Medio Oriente e sull’Europa non si è stagliata l’ombra di un nemico molto più feroce, molto più efficace nel colpire e nel diffondere il terrore. E molto più abile nel reclutare nuovi seguaci, nel dotarsi di armi e mezzi sofisticati, nel conquistare e controllare territori sempre più ampi, nell’ autofinanziarsi con il traffico di petrolio e reperti archeologici, o con i rapimenti, nel progredire insomma con l’anacronistico delirio di onnipotenza pseudoreligiosa del suo Califfo.

Continua qui

martedì 17 maggio 2016

Parlano i giovani: «Noi, aspiranti lavoratori all’Outlet»

Serravalle Scrivia (AL) - E’ il sogno di pochi, o forse di nessuno, ma intanto ci provano. C’è anche chi ha preso la patente di proposito, «per essere autonomo e automunito». Sono partiti a inizio di maggio i corsi di formazione per i 300 candidati all’assunzione al Serravalle Outlet, collegati all’apertura di 70 nuovi negozi, a ottobre. Età media tra i 20 e i 30 anni, residenti nel raggio di quindici chilometri dal centro commerciale più grande d’Italia. Circa la metà ha un diploma di scuola media superiore in tasca, l’altra metà una laurea breve. Sono per la maggior parte ragazze.



A blocchi di trenta, arrivano nella cittadella dello shopping con tanta speranza e un poco di scetticismo. La prima parte del corso, tenuto dalla direzione del Serravalle Outlet e dai formatori dell’agenzia Iocap, prevede un inquadramento generale della società e l’Abc del buon commesso: come accogliere il cliente, cosa si attendono i visitatori, come rapportarsi con i cinesi e russi, che rappresentano la clientela straniera più massiccia, come automotivarsi. Nessuna promessa di assunzione, ma se tutto va bene, a ottobre, potrebbe arrivare un contratto part time. «Non è il sogno della mia vita fare la commessa, ma è un modo per entrare nel modo del lavoro e rendersi indipendente. Poi si vedrà», dice Elena, da Novi.

La grande maggioranza dei candidati arriva da Novi, il centro zona più popoloso; poi Serravalle, Arquata, Gavi. Qualcuno dalla Val Borbera, come Giulia, di Cantalupo: «Ho appena preso la patente, così posso essere indipendente. Poi non si sa mai, adesso in tutte le selezioni è richiesto l’uso dell’auto».

Continua qui

mercoledì 11 maggio 2016

Su Marte non c’è il mare

Un ragazzo di trent’anni, con un lavoro che non gli piace, affitta in nero la casa lasciatagli dal nonno a un cliente particolare che la vuole solo il venerdì notte, ma paga bene. Lì per lì va tutto per il meglio, poi il ragazzo scopre che qualche dettaglio non gli quadra. La prima delle quattro puntate della serie firmata da Lucio Laugelli.

Continua qui video


seconda puntata

terza puntata


lunedì 9 maggio 2016

Palestrina (passa e cammina…)

Palestrina passa e cammina dice un detto , ma non puoi passare senza fermare. Tra vecchi merletti, e mura antica, passeggio tra ricordi passati, presenti e futuri. L’ Antica arte del punto Palestrina ricama intrecci, evocando immagini di mia nonna e delle comari sedute su piccole sediole di paglia nella corte assolata di un estate paesana, riportando nel presente quell’atmosfera mite e tranquilla, rendendola reale, lontana dal caos della capitale che dista pochi chilometri, e di cui nonostante se ne senta la vicinanza non ne subisce l’influenza.  Palestrina passa e cammina…cammino tra i vicoli , a volte ombrosi, stretti e silenziosi, di pergole , balconi e cortili fioriti, dove odo  l’eco  lontano delle voci dei paesani radunati nelle piazze, nei bar, annuso i profumi di sughi caserecci che si diffondono dalle case, dalle numerose trattorie, pizzerie, pub,  ristorantini ricavati dai piccoli negozi caratteristici e moderni. Ed ecco che nuovamente antico e moderno si fondono e si confondono senza stonare, anzi creando un armonioso contrasto piacevole alla vista e al gusto. 
Palestrina passa e cammina…percorro le antiche vie lastricate della via Francigena e della via Preneste, su cui ancora posso vedere i solchi dei carri e udire il tintinnare delle conchiglie dei pellegrini, rivivere il glorioso passato romano nelle vestigia ancora esistenti nell’imponente Tempio della Dea Fortuna, che troneggia dall’alto su tutto il Paese e ,sembra volerlo proteggere con il suo influsso benevolo. Mai vista Dea della Fortuna  più fortunata! esclamò Virgilio ammirando per la prima volta la magnificenza della dimora divina eretta e  a lei dedicata. Ed io , paesano, guardandolo dalla finestra della mia casa, tra la nebbia mattutina o i raggi del sole, o passeggiando per le vie, o vedendolo stagliarsi all’orizzonte, imponente, dominatore, dalla strada che percorro al rientro di una giornata faticosa di lavoro, osservandolo pare darmi il benvenuto e  mi sento “ fortunato” di aver ereditato tanta bellezza, arte , cultura, e magnificenza. 
Palestrina passa e cammina…cammino tra le navate e le cappelle della Basilica di sant’Agapito  dove c’è una Pietà incompiuta di Michelangelo, un Museo Diocesano  di arte sacra piccolo ma ricco di un dipinto del Caravaggio che evoca il martirio di S. Agapito, della Madonna col velo della scuola del Perugino, e l'Eolo attribuito a Michelangelo, a cui fa eco il grande Mosaico nilotico di un'età’ repubblicana, perfettamente conservato e che tassello dopo tassello racconta il paesaggio esotico del  Nilo, e che troneggia nell’ultima sala del Museo della Fortuna, tra corolle di sarcofagi, numerosi reperti: cippi, busti, basi funerarie, statue e oggetti di uso quotidiano provenienti dalle necropoli della città. …Passa e cammino tra le note musicali del maestro Pierluigi da Palestrina e ascolto le note dei rondoni che volano radi tra i tetti e la valle , tra gli schiamazzi e le risate dei bardassi, tra le bande di paese e i cori di chiesa. Odo i rumori degli zoccoli dei cavalli sul selciato durante “Lo palio de sand'Agàbbido” , attraverso le quattro Porte, e tifo per una contrada nella giostra della Scifa, e vinca o no, festeggio gustando un “giglietto”, souvenir di dolcezza e delicatezza, di antica tradizione dolciaria, di cui mia nonna era abile pasticcera. 
Palestrina passa e cammina…tra antichi portoni , porte scrostate imbevute di passato, spalancate nei giorni d’estate e chiuse d’inverno, scambio quattro chiacchiere in dialetto con le anziane signore sedute loro davanti, tra vasi di fiori e edera rampicante, passeggio in cerca di ristoro per l’anima mia  nel chiostro del Convento di S. Francesco e mi soffermo in religioso rispetto e devozione ad ammirare  la sua vita raccontata negli affreschi che lo decorano, respirando l’aria fresca di montagna dello “scacciato”.  
Palestrina passa e cammina…cammino verso la Rocca dei Colonna, nella più alta frazione di Castel S. Pietro acropoli della vecchia Praeneste, tra i torrioni di fortificazione, scendo tra le viuzze che come un fiume sfociano nelle piazzette, m’immergo nelle atmosfere da set , che  nelle abili  mani del grande Regista De Sica divenne Sagliena. Rivivo le  rocambolesche vicende amorose del maresciallo (Vittorio de Sica) e la bersagliera (Gina Lollobrigida)  in Pane  amore e fantasia, mi sembra di vedere la Lollo dalla mitica bellezza, e rido con Totò nel film I due Marescialli (per citarne alcuni) . Mi sento attore anche io  nel set meraviglioso e vero, per nulla artificioso dei grandi set hollywoodiani. 
Palestrina passa e cammina nella ridente cittadina,  uno dei luoghi di più cari all’imperatore Augusto che antiche mura rammentano avesse dimora,  nella gentilezza e nel panorama immenso e multiforme dei Monti Prenestini. 

Patrizia Caprella


sabato 30 aprile 2016

KM0, Genova 2014

Non avevo ancora deciso niente per quest’anno, nessuna vacanza programmata. Mi son ritrovata da sola in città, a Ferragosto. 
Decido di andare a mangiare alla trattoria cinese così , per cambiare un poco perché  è economica, sono veloci a servirti , e anche se da sola, non mi sentirò a disagio. 
Dopo il lauto pranzo di  riso al curry, come predisposto, da programma, mi avvio per le vie di Genova gremite di stranieri e tra i loro tipici localini ricchi di cibi e pietanze etniche. Via Gramsci alle tre del pomeriggio brulica di stranieri: cinesi, africani, indonesiani.. 
Passo davanti ad un supermercato che vende prodotti orientali, da tempo passavo lì davanti  in autobus ed ero spinta dalla curiosità di entrarci prima o poi...colgo l’occasione e mi avvio; entro. 
Sulla soglia mi invade un profluvio di spezie orientali tra cui  cumino , curry, zafferano; la mente e il cervello ne vengono sopraffatti , una strana euforia  speziata mi pervade e stimola. 
Esposte su altissimi scaffali, in grande disordine, si scorgono lattine di bevande dai nomi esotici. “Succo di basilico? Che cos’è? Succo di angelica? cosa? non sapevo che dell’angelica esistesse il succo? Sarà bio? Latte di cocco, avocado ”.  
Svolto nel reparto prodotti sudamericani…pannocchie di mais nero dai chicchi enormi, mais rosso, e il classico mais giallo. 
Girando ancora tra i corridoi  mi trovo  nel reparto prodotti orientali…dove buste enormi di spezie di ogni tipo, funghi stranissimi ,mucillaginosi mi guardano immersi in salse e salamoie sconosciute , cavalco lenta i reparti affascinata stordita spintonata da avvezzi e pratici avventori locali che si scambiano dettagli nella loro lingua e io mi sento così straniera  
… vorrei tanto chiedere, sapere tutto di ogni cosa .. che cos’è ? ma come si usa ?e si cucina, lo mangiate davvero? rimango ammutolita ..chiusa nel limite del mio italiano e basta. 
Nel reparto africano  riso rosso, farina di tapioca , acciughe secche, platano… a prezzi minimi. 
Esco divertita, sazia di emozioni nuove e con la curiosità ripagata, pallida di sorpresa! 
Non faccio in tempo a riprendermi che scivolo accanto a una bancarella che vende vesti indiane: una donna bellissima in sari, con  anellino al naso e cerchio rosso dipinto in fronte siede accanto, sfinge immobile, la bellezza negli occhi neri di kajal, un bambino le corre indietro, avanti mentre il marito mercanteggia sui prezzi coi clienti... la femminilità immobile 
..e senza accorgermene, invasa da un odore nauseante di fritto, oltrepasso un McDonald lì accanto. Dentro girano indiani in turbante con  hamburger, africani con patatine, bambini tra i tavoloni ridondanti di vassoi e confezioni abbandonate ..l’azzeramento delle diversità etniche il livellamento delle culture e dei sapori ad un unico standard globale… triste. 
Decido di riposare un poco su una panca all’ombra, vicino all’acquario, meta di turisti più facoltosi, sede del cosiddetto turismo organizzato occidentale.. Distesa sulla panca, in preda ad un’afa atroce e stanchezza globale, mi accorgo che due turisti si son seduti accanto a me in panca  e stanno leggendo la descrizione del Bigo (l’ascensore panoramico di Genova ) in tedesco.. ascoltando mi immedesimo in loro e vedo coi loro occhi la mia città di tutti i giorni, assaporo la loro sorpresa, tutto sembra nuovo con loro, mi riapproprio dei monumenti in una nuova veste. 
Mi guardano e mi chiedono come giungere al famoso museo del mare, il museo del mare? È qui dietro, ma sulla cartina non lo troviamo, pare lontanissimo eppure gli dico nel mio bellissimo inglese appreso con ben tre anni di Londra, è li dietro, proprio lì!!! 
Son felici di saperlo, mi dicono essere di ???? (non colgo bene il nome della città in tedesco ) ma capisco essere nella zona della foresta nera, arrivano da Lerici dove dormono in bed and breakfast, rientreranno in serata. Perché vedere il museo del mare? Intervengo, guida accreditata!!! è moderno, carino ma... 
Cosi gli propongo un ‘itinerario alternativo: immergersi nei prodotti locali che possono acquistare nelle varie  botteghe e intanto rilassarsi, fiera  delle mie origini piemontesi barra genovesi decanto  inoltre gli allori del tartufo nelle langhe, del vino nel Monferrato, del cioccolato con le nocciole…. 
E li devio  verso la via Garibaldi , centro di musei ricchi di storia ..io mi sento molto guida turistica, rimpiango di non essermi fatta avanti per uno scambio solidale in Germania .. mi chiedo perché i tedeschi paiano cosi rilassati di fronte  a dei genovesi sempre di corsa e bigi .. sarà il benessere? Chiudo la mia giornata. Pensavo sarei stata sola in giro con tanta noia dentro nel cuore,  e mi son trovata in una nuova terra, turista locale, guida per stranieri, straniera sulla mia panca genovese...e ho risparmiato un viaggio! km zero!  

Elisa Marchelli

Fonte: Ebook gratis

sabato 23 aprile 2016

Giornata mondiale del Libro, viaggio multimediale negli incipit dei libri scelti dalla redazione del Secolo XIX

Genova - La nostra “prima volta” è stata l'anno scorso. Ci siamo interrogati su come contribuire come redazione alla Giornata Mondiale del Libro che si celebra il 23 aprile (in Italia c’è l’iniziativa #ioleggoperché su Facebook e gli altri social).


Per iniziare basta premere il tasto “start Prezi”. Per scorrere le immagini si possono usare le frecce oppure la barra spaziatrice. Per leggere bene il testo, guardare le immagini e in generale per navigare all’interno di tutte le slide si può zoomare utilizzando o la rotella del mouse o i tasti freccia della tastiera. 


Genova - In occasione della Giornata mondiale del Libro che si celebra il 23 aprile di ogni anno, undici giornalisti della redazione hanno partecipato al “viaggio multimediale” che potete fare attraverso il box in alto. Ognuno ha fatto il nome di un romanzo che ha amato e il risultato è questo “tuffo” multimediale negli incipit attraverso “Prezi”.

Si tratta di una presentazione multimediale (una versione evoluta di Power Point) in cui è possibile leggere passo dopo passo l’inizio di:
 
1) Shataram di Gregory David Roberts
2) Le Metamorfosi di Franz Kafka
3) L’opera al nero di Marguerite Yoursenar
4) Furore di John Steinbeck
5) Espiazione di Ian McEwan
6) 1Q84 di Harumi Murakami
7) Trilogia della città di K.di Ágota Kristóf
8) Fame di Knut Hamsun
9) Cecità di Josè Saramago
10) L’amico ritrovato di Fred Uhlman
11) Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda

Il sito ufficiale dell’evento è www.ioleggoperche.it/it, e l’hashtag che sta girando in questi giorni in Rete per promuovere l’iniziativa è #ioleggoperchè.

Continua qui 

Piazza un libro

Diventa messaggero

La lettura è una passione da condividere.
Se la pensi così e sei pronto a tutto per coinvolgere possibili lettori, sei il Messaggero che stiamo cercando!
Riceverai un kit con 12 libri di due diversi titoli, quindi sei copie per ogni romanzo da affidare all’Italia che non legge e potrai partecipare attivamente a tutte le iniziative di #ioleggoperché.
Da oggi fino al 23 aprile sarai protagonista del più grande evento dedicato alla lettura mai realizzato in Italia.

Sei pronto a condividere la tua passione?


martedì 12 aprile 2016

La mia città

La mia città. Da Omero a Bruce Springsteen. Da Ulisse che naviga tra sirene, ciclopi, maghe, e mostri marini, sempre sognando Itaca, al cantautore che, con la sua voce roca, la chitarra tra le mani, il sudore sulla fronte, canta My Hometown. La mia città natale. In mezzo tutta la storia dell’uomo, secoli di poesia e di cultura, di ballate e di quadri. Di libri e di sinfonie. Ma lei è sempre presente. E’ nel cuore di tutti. Molto amata, un poco odiata, comunque cantata. La mia città. Nessuno resiste al suo fascino. Anche chi come Odisseo, re di Itaca, fedele al motto “Fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza”,  parte alla ricerca di nuovi luoghi e di nuovi saperi, sempre si porta nel cuore la reggia, Telemaco, Penelope, il cane Argo e quell’isola che lo vide bambino. Si divide in due l’anima dell’uomo: da una parte c’è la febbrile curiosità di conoscere, di viaggiare, vedere terre nuove, incontrare altre razze, perdersi nelle stelle di altri cieli; dall’altra c’è il piacere di proteggersi dietro le abitudini più care, i gesti conosciuti, una quotidianità che sa farsi soffice e dolce come lo zucchero filato. La voglia di immergersi nella giungla del Borneo si affianca al piacere di quel caffè bevuto in quel bar spoglio e familiare, al piacere di guardare  ancora una volta la facciata di quella chiesa colorata di rosa dal tramonto, di passeggiare su ciottoli di quel borghetto medioevale, di guardare l’acqua del torrente verde in primavera e fangosa in autunno e ascoltare il suo sussurro, di passeggiare nel parco dei duchi dove spuntano i primi bucaneve. Poi ti fa arrabbiare la tua città, la detesti, la maledici. Ti allontani e quando sei laggiù, in quella terra nuova che tanto hai desiderato tra quella gente diversa tanto invocata, ecco che si apre una voragine tra cuore e anima, un buco nero che risucchia i tuoi pensieri: è lei, la tua città. A lei, al modo di viverla da vicino e da lontano, sono dedicati questi racconti, gli ultimi di una tradizione nata con Omero  e, con alti e bassi, mai sopita. 

Luigi Alfieri

Fonte:  Ebook – Ti racconto la mia Città

lunedì 11 aprile 2016

Il gelataio italiano che salvò ebrei a Budapest

Tirelli Giusto tra le Nazioni. Sopravvissuti cercano discendenti

L'insegna di una gelateria italiana nella Budapest dell'autunno del 1944, sconvolta dalla furia antisemita delle 'Croci Frecciate' e dei loro padroni nazisti, rappresentò una speranza di vita per gli ebrei in fuga dalla Shoah. Nel suo retrobottega furono molti quelli che si nascosero e si salvarono grazie alla determinazione e al coraggio del proprietario, un italiano di Campagnola Emilia che nel 2008 è stato nominato da Yad Vashem Giusto tra le Nazioni: il suo nome era Francesco Tirelli. Come Giorgio Perlasca, il gelataio di Budapest ha riscattato dal fango l'onore nazionale

Ancora oggi, i sopravvissuti a quell'orrore, tra questi Chaim Meyer di Gerusalemme, ne stanno cercando i discendenti per poterli ringraziare. Allo stesso modo di Yad Vashem, che vuole rendere un omaggio pubblico ad un uomo straordinario la cui travagliata storia, nel dopo Shoah, ricorda un po' quella di Oskar Schindler. Proprio Meyer, a questo scopo, si è rivolto all'avvocato Beniamino Lazar, del Comites Italia di Israele, per chiedere all'ambasciata italiana di Tel Aviv di rintracciare i discendenti di Francesco Tirelli e di permettere così un atto che da tempo invocano.

Continua qui

domenica 10 aprile 2016

Roberto, l’Indiana Jones dei formaggi: “Ecco quello che mangiava Leonardo”

Alessandria, soltanto un’ultraottantenne aveva conservato la ricetta tradizionale

Nella foto Roberto Grattone. La ricetta del «formaggio di Leonardo» è stata rintracciata nel 1999
Mongiardino (Alessandria)
Al nobile banchetto nuziale di Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza, nipote di Ludovico il Moro, un solo formaggio fu ammesso: il Montebore. Era il 1489, a Tortona.

Cerimoniere, Leonardo da Vinci, genio dell’arte e della scienza ma soprattutto attento gastronomo e grande appassionato di quella toma nata sull’Appennino a cavallo tra Liguria e Piemonte. Si dice che fu lui a suggerire il Montebore, intrigato dal gusto forte, ma pure da quella tipica, e geometrica, forma concentrica, tre strati sovrapposti a richiamare il profilo del castello del minuscolo borgo che al formaggio ha poi dato il nome. 

In realtà le origini sono ancora più antiche: la sua preparazione, a base di latte di mucca (70%) e pecora (30%), si fa risalire ai monaci benedettini nell’Ottocento. Poi con lo spopolamento delle valli si è perso, e nel 1982 il Montebore che faceva venire l’acquolina in bocca a Leonardo da Vinci si è estinto definitivamente. C’è voluto un Indiana Jones dei formaggi per ricostruirne la storia e soprattutto restaurarne la ricetta e riportarlo sulle tavole italiane degli intenditori (e sugli scaffali di Eataly).

Continua qui


giovedì 7 aprile 2016

Petrolio: Pasolini e Tempa Rossa


 


Nonostante Matteo Renzi con i suoi viaggi all’estero si impegnava per riportare gli investimenti esteri in patria, i problemi interni al suo stesso Governo non sembravano volersi arrestare, causando non pochi grattacapi al Presidente del Consiglio. Dopo le dimissioni del ministro Maurizio Lupi avvenute un anno prima, a causa dell’inchiesta su alcuni appalti in cui uno degli indagati aveva dichiarato di aver procurato incarichi di lavoro al figlio del ministro, giovedì scorso Renzi era stato raggiunto, mentre si trovava negli Stati Uniti, tra il discorso all’Università di Harvard e la firma dell’accordo con Ibm per sviluppare un polo tecnologico nell’area dell’Expo a Milano, dalla lettera di Federica Guidi, ministro dello Sviluppo economico in carica dal febbraio 2014, in cui dava formalmente le sue dimissioni a causa dei favori fatti da lei tramite il compagno o, come specificherà lei stessa, il marito, alle lobby del petrolio.
 
Il casus belli fu lo “scandalo” delle intercettazioni in cui la ministra pareva aver favorito il compagno intorno all’emendamento della Legge di Stabilità approvato nel dicembre del 2014. Con esso vi fu anche il via libera al progetto di estrazione del petrolio Tempa Rossa gestito dalla Total. Tempa Rossa è il nome del giacimento petrolifero della Basilicata, che si riferisce ad un giacimento scoperto nel 1989, sito precisamente nell’alta valle del Sauro. Il progetto, di non facile realizzazione perché situato tra il parco regionale di Gallipoli Cognato e il parco nazionale del Pollino, si estendeva in larga parte (5 pozzi petroliferi in loco e uno nel comune di Gorgoglione) sul territorio del comune di Corleto Perticara, nei pressi di Potenza, dove sarebbe dovuto sorgere anche un centro di stoccaggio Gpl. Altri due pozzi petroliferi sarebbero dovuti essere perforati una volta ottenute le autorizzazioni di legge.
Il progetto “Tempa Rossa” prevedeva quindi lo sfruttamento di 8 pozzi, di cui 6 già perforati e altri 2 da perforare in quel periodo; la costruzione di un centro per il trattamento olii, dove gli idrocarburi estratti, convogliati tramite una rete di condotte interrate, vengono trattati e separati nei diversi sottoprodotti come il grezzo, il gas combustibile, lo zolfo, il Gol, per poi venir spediti tramite canalizzazioni interrate; un centro di stoccaggio per il Gpl; nonché l’ovvia costruzione delle infrastrutture necessarie sul territorio, ovvero l’adeguamento di strade comunali, i sistemi per l’alimentazione di acqua ed elettricità per il centro di trattamento e la distribuzione degli idrocarburi.

Continua qui

sabato 2 aprile 2016

Shoah:da valli bergamasche al kibbutz di Zeelim

La storia dei Bambini ebrei di Sciesopoli

 Shoah: da valli bergamasche al kibbutz di Zeelim © ANSA


Da Selvino al sud di Israele: dai monti bergamaschi al kibbutz di Zeelim, nel deserto del Negev. Sono i 'Bambini ebrei' di Sciesopoli, la Colonia ebraica che divenne il "il più importante orfanotrofio in Italia, uno dei maggior in Europa" e che fino al 1948 ospitò circa 800 piccoli orfani ebrei scampati alla Shoah. Oggi la storia di quei piccoli è stata ricordata a Zeelim dove arrivarono nel 1948 dopo essere stati ospitati per tre anni a Selvino. Una storia che comincia con un ex scuola dell'elite fascista, inaugurata nel 1933 nel comune lombardo arrampicato sull' altipiano sovrastante la val Seriana. Sede del gruppo squadrista Sciesa (dal nome del patriota del Risorgimento) per oltre 10 anni, con l'attivo sostegno di Benito Mussolini e l'appoggio dei ras del regime, Sciesopoli era stato un centro di raduni, addestramento militare, manifestazioni, colonie dei balilla, dedicato a "due martiri della Rivoluzione".

La costruzione era, ed è, così imponente da poter essere vista dalle valli vicine: al suo interno campi da gioco, piscina, refettorio, sale di lettura, ampie camerate per quello che era considerato un fiore all'occhiello dell'educazione fascista. Nel 1945 il suo destino cambiò in meglio: requisito dalle forze della Resistenza: in larga parte romeni, polacchi, ungheresi,diventò un rifugio per i bambini ebrei che non avevano più nessuno al mondo ad occuparsi di loro, tranne le forze partigiane e le organizzazioni ebraiche che li avevano salvati in tutta Europa. Luigi Gorini, scienziato e partigiano, lo scelse grazie alle sue caratteristiche per ridare vita a quei piccoli sfuggiti alla Shoah. A dirigerlo fu indicato un giovane tenente dell'esercito, Moshe Zeiri che insegnò ai sopravvissuti tutto da capo e a prepararsi per il nuovo stato ebraico. Da 70 anni, ogni anno i Bambini di Sciesopoli si incontrano, anche se sono sempre di meno: questa volta l'appuntamento è avvenuto a Zeelim.

Continua qui

venerdì 25 marzo 2016

La storia di Hilal, da bambino kamikaze in Afghanistan a pasticcere di grido a Roma

A 12 anni gli misero una cintura piena di esplosivo addosso e gli imposero di farsi saltare. L’avevano trasformato in carne da macello, in strumento per le stragi. Ma lui scappò e dopo 2 anni arrivò in Italia. La sua è una storia di speranza

 di Ignazio Dessì   -   Facebook: I.D.   Twitter: @IgnazioDess

A 12 anni si può avere il calore di una famiglia, l’impegno della scuola e della palestra, la voglia di divertirsi con gli amici, il primo palpito di cuore per la compagnetta carina. Ma se nasci in Afghanistan la tua famiglia potrebbe essere stata cancellata dalle bombe, le scuole distrutte e il tuo cuore battere al ticchettio dell'ordigno che ti hanno piazzato addosso. La storia di Hilal – ripresa oggi da La Stampa - fa tremare i polsi, perché è la storia di tanti bambini che nascono in certe zone del mondo, ma lascia anche spazio alla speranza. Dieci anni dopo quel ragazzo, scampato a un destino da kamikaze e approdato in Italia, è diventato un bravissimo pasticcere, con due soli desideri da coronare: conquistare il passaporto del nostro Paese e “partecipare alle gare televisive con i grandi maestri dolciari”.
 
Eppure la sua vita poteva imboccare un vicolo cieco, quello che porta al "martirio", alla morte prematura. Dopo essere rimasto solo, senza un padre o una madre, senza fratelli o sorelle, senza nessuno insomma, qualcuno lo avvicinò e gli disse: “C'è la guerra agli americani, a tutti i nemici dei musulmani, e tu devi fare ciò che diciamo: schiaccia questo pulsante, non sentirai nulla e andrai dritto in paradiso”.

Hilal era poco più di un bambino allora e non vedeva futuro. Quella scelta gli sembrò l’unica possibile. Lo bendarono e lo trasferirono nella zona di Herat, con una cintura piena di esplosivo attaccata al corpo e un groviglio di fili avvolti intorno al gracile torace e al braccio e opportunamente celati sotto i vestiti.

L’avevano trasformato in carne da macello, in uno strumento buono per le stragi e per essere immolato sull’altare di un orrore più grande di lui. E Hilal, piccolo e spaurito, tremava, sapeva che da lì a poco non sarebbe più esistito. “Pensavo che nel giro di pochi minuti sarei morto, e non ce l’ho fatta”, racconta. Così non preme quel pulsante, rinuncia al paradiso di Allah e sceglie l’inferno in terra. Decide di vivere.

Continua qui

mercoledì 16 marzo 2016

Suffragette. Un film “necessario”


Londra, 1912. Maud (Carey Mulligan) è una giovane lavandaia che quotidianamente si spezza la schiena sotto il giogo di un lavoro disumano. Un giorno, mentre sta sbrigando una commissione di lavoro, incappa in una violenta azione dimostrativa di un drappello di suffraggette, che per scuotere l’opinione pubblica stanno sfasciando le vetrine dei negozi a suon di sassate. Il riconoscere fra le manifestanti la collega di lavoro Violet (Anne-Marie Duff) risveglierà la sua coscienza e la farà avvicinare sempre più al movimento per il diritto di voto alle donne. Il suffragio universale sarà raggiunto solo nel 1918, a prezzo di altissimi sacrifici personali.

Catalogare un film – specie un bel film a sfondo sociale – come “necessario”, quasi mai rende giustizia al suo valore artistico, o narrativo, o educativo. Eppure è difficile trovare una parola più adatta a descrivere “Suffragette”, specie allo scoccare del settantesimo anniversario del voto alle donne in Italia (10 marzo 1946). Da una parte rende consapevoli di quanta strada si sia percorsa da un tempo in cui l’altra metà del cielo non poteva né votare, né studiare, né possedere beni o denaro, né esercitare diritti sui propri figli; dall’altra evidenzia con chiarezza quanto ci sia ancora da fare in termini di pari oppurtunità nel mondo della coppia, della famiglia, del lavoro. Soprattutto fa capire qual è stato il terribile costo di un diritto che oggi viene dato per scontato: l’ostracismo sociale, oltre alle inaudite violenze fisiche – e non solo – di polizia e mariti, padri, fratelli.

Continua qui