lunedì 26 settembre 2016

Una madre porta la figlia autistica al ristorante… Il Proprietario gli dedica una lettera…

Tony Posnanski lavora nel suo ristorante da ben 15 anni. Pensava di aver visto ormai tutto e di aver acquisito tutta l’esperienza necessaria per servire ogni tipo di cliente, ma un giorno gli capitò qualcosa di inaspettato, un fatto che gli servì da lezione per comprendere che “Fare la cosa giusta non sempre rende felici gli altri, ma solo le persone che ne hanno realmente bisogno”.
Sembrava una giornata di lavoro come molte altre, ma tra i clienti vi era anche una mamma con una piccola bambina che urlava. I clienti erano infastiditi e continuavano a lamentarsi. Come direttore del ristorante a Tony non rimaneva che cercare di render loro il miglior servizio, così si recò al tavolo 9 dove vi erano sedute la mamma e la bambina, e prima di iniziare a parlare la donna gli face una ‘semplicissima’ domanda “Sai cosa si prova ad avere un bambino autistico?”.


Proprio in quel momento in Tony scatto qualcosa, un qualcosa che riporta in questa lettera estremamente commovente.

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domenica 18 settembre 2016

La forza delle donne: sette storie di coraggio che hanno conquistato il mondo

È innegabile il lungo, duro e faticoso cammino che le donne hanno dovuto percorrere per riscattarsi, per poter sedere, con pari diritto e dignità, allo stesso tavolo degli uomini. Ecco alcune protagoniste di questa battaglia, raccontate da Rita Saviotti, autrice di Femmine



1) Una donna di Sibilla Aleramo
Le tappe dolorose di chi cerca di affermare il proprio essere individuo autonomo rispetto alla società dell’epoca che la vuole totalmente succube, remissiva, ubbidiente. Ci si aspetta da lei che riconosca l’autorità, che accetti supinamente le regole del gioco, che non le sovverta. E sono soprattutto le altre donne che la vogliono così, perché così è stato per loro e per forza dev’essere anche per lei. Alla protagonista costerà un prezzo molto alto ribellarsi eppure avrà la forza di compiere i passi del suo cammino.

2) La specialista del cuore di Claire Holden Rothman
Una situazione simile la ritroviamo in questo romanzo, con la differenza che la protagonista ha fin da subito le idee chiare su quello che sarà il suo futuro: vuole fare il medico in un’epoca in cui studiare e svolgere certe professioni era prerogativa maschile. Inizia a combattere fino a raggiungere il traguardo che vuole per sé, ma soprattutto per tutte le altre che verranno dopo di lei. La sua vita è dura fin dall’infanzia e la costringe a farsi carico non solo di se stessa, ma anche della sorella e del mistero legato alla figura del padre scomparso che sembra travolgerla e contaminarla. Si crea nuovi riferimenti che scopre poi falsi ed ingannevoli, come il padre ritrovato. Ma Agnès, come una fenice, rinasce dalle proprie ceneri ed anche se durante il percorso sembra dimenticare la propria femminilità per favorire il suo essere medico, specialista, scienziata, alla fine la sua essenza, il suo profumo, emergeranno e le permetteranno di riconoscere ed accettare anche l’amore.

3) La lunga vita di Marianna Ucria di Dacia Maraini
Una bimba esposta alla violenza, una violenza subita in prima persona e vista su altri. Una violenza di cui non potrà mai parlare. Nessuno sentirà più la sua voce perché in una società in cui non ci si può raccontare, in cui le tragedie vengono lavate nelle cantine buie di un mondo che rinforza la propria barbarie nonostante le trine ed i merletti di cui si veste, beh, allora è segno che non c’è più nulla da dire. E Marianna diverrà la mutola. Per scelta obbligata. Si respira l’aria rovente, soffocante, di una Sicilia antica, dove il sudore si mescola alla polvere, si impasta in una realtà che ha come ingredienti principali il silenzio, il mistero, la superstizione, la violenza e la morte. Marianna dovrà combattere contro tutto questo ed a modo suo costruire un mondo in cui sia possibile continuare a vivere.

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domenica 11 settembre 2016

“Se l’è andata a cercare”. Il paese volta le spalle alla ragazzina violentata

Calabria, in poche centinaia alla fiaccolata per la 16enne stuprata da tre anni Il padre: “Me lo aspettavo, se potessi prenderei mia figlia e la porterei lontano”

A Melito, in Calabria, è stata organizzata una fiaccolata in piazza davanti alla stazione Soltanto
quattrocento le persone presenti su 14 mila residenti, molte arrivate da altri paesi.


inviato a Melito di Porto Salvo 
 
La bambina. «Un metro e 55 per 40 chili», c’è scritto nelle carte dell’inchiesta. È della bambina che stanno parlando. «Se l’è cercata!». «Ci dispiace per la famiglia, ma non doveva mettersi in quella situazione». «Sapevamo che era una ragazza un po’ movimentata». Movimentata? «Una che non sa stare al posto suo». Arriva in piazza il parroco Benvenuto Malara, va davanti alle telecamere: «Purtroppo corre voce che questo non sia un caso isolato. C’è molta prostituzione in paese».

Hanno violentato la bambina per tre anni di seguito. La prostituzione non c’entra niente. L’hanno violentata in nove, a turno e insieme. Tenendola ferma per i polsi, e poi obbligandola a rifare il letto. «C’era la coperta rosa», ha ricordato la bambina nelle audizioni con la psicologa. «E non avevo più stima in me stessa. Certe volte li lasciavo fare. Se mi opponevo, dicevano che non ero capace. Mi veniva da piangere. Mi sentivo una merda». Andavano a prenderla all’uscita della scuola media Corrado Alvaro, con la lettera V dell’insegna crollata. È sulla via principale, proprio di fronte alla caserma dei carabinieri. Caricavano la bambina in auto e andavano al cimitero vecchio, oppure al belvedere o sotto il ponte della fiumara. Più spesso in una casa sulla montagna a Pentidattilo, dove c’era il letto.

Quando questa tragedia italiana è incominciata, la bambina aveva 13 anni. Ora ne ha compiuti sedici. Una settimana fa, annunciando l’arresto degli stupratori, il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho, ha detto: «Questo territorio sconta un ritardo costante. C’è una mancanza di sensibilità. Anche i genitori sono stati omertosi. Tutti sapevano».

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sabato 10 settembre 2016

Mogol: "Mi ritorna in mente il giorno in cui conobbi il mio amico Battisti"

Il 15 settembre l'autore di tanti successi pubblica la sua autobiografia. Aneddoti e ricordi del mago della canzone italiana


TOSCOLANO (Terni) - C'è un momento indietro nel tempo, nel lontano 1965, che racchiude in sé il seme di un universo pronto a germogliare per cambiare la canzone italiana. È il primo incontro tra il giovane Giulio Rapetti - già affermato autore di Una lacrima sul viso - e un ragazzone riccio di Poggio Bustone. A raccontarci come andò, al Centro Europeo di Toscolano, è Mogol in persona che il 15 settembre pubblicherà Il mio mestiere è vivere la vita (Rizzoli, pp. 208, euro 29,90).
 
Quel ragazzo si chiamava Lucio...
"Mi fece sentire due canzoni. "Non sono granché" dissi. "Ha ragione" mi rispose. Gli dissi di ripassare più avanti, che avremmo provato a scrivere qualcosa".
 
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venerdì 9 settembre 2016

Nel cottage blindato dove Hamer “cura” il cancro con le vitamine

L’ex medico si è rifugiato a Sandefjord (Oslo) per sfuggire alla cattura. Un vicino: “Ogni giorno è un viavai di malati, fa leva sulla disperazione”



inviato a Sandefjord (Norvegia) 
Anche sulla cassetta della posta c’è scritta una menzogna. «Dottor medico Ryke Geerd Hamer. Rettore Università di Sandefjord. Nuova medicina germanica». Ma il signor Hamer non è un dottore. Non lo è più dal 1986, quando è stato radiato dall’ordine dei medici tedeschi per truffa. E non lo è nemmeno qui in Norvegia, dove si è rifugiato per scappare ad un mandato d’arresto per istigazione all’odio fra i popoli.

Questa non è neppure un’università, a ben guardare. È un’abitazione privata. Un cottage sulla collina davanti a un piccolo fiordo, 120 chilometri a sud di Oslo. Strada Sandkollveien 11: due vecchie Mercedes posteggiate in giardino sul lato destro, un camper sulla sinistra, un grosso cane libero che abbaia a chiunque passi nei paraggi.

LEGGI ANCHE I genitori rifiutano la chemio. Muore a 18 anni di leucemia

Avevamo chiamato per sapere se l’ex dottore ricevesse ancora dei pazienti a casa. Ci aveva risposto la signora Bona Garcia, moglie in seconde nozze di Ryke Hamer: «Per un mese il dottore è in vacanza. Sarà disponibile ai primi di ottobre. Per qualsiasi problema urgente potete scrivere alla casella di posta amicidiryke@…». Il problema urgente è che tutti quelli che credono alle teorie non scientifiche del falso medico Ryke Geerd Hamer continuano a morire. Anche se con la medicina tradizionale, facendo ricorso alla chemioterapia, magari avrebbero avuto buone probabilità di guarigione. Come negli ultimi due casi in Italia, la settimana scorsa. Una mamma di Rimini. Ed Eleonora Bottaro di Padova, 18 anni compiuti da un mese. D’accordo con i suoi genitori, seguaci del metodo Hamer, è morta cercando di curare la leucemia con la vitamina C.

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L’ex braccio destro di Hamer: “Le cure non vanno bandite” 

 

 

 

venerdì 2 settembre 2016

"Sfida accettata", Deborah, malata di cancro, pubblica una sua foto a colori e "rivede" la campagna di sensibilizzazione


"Il Cancro non sono sfumature di grigio. Il grigio è sterile, arido, morto. Il Cancro ha tanti colori. Anche il colore della paura, ma ce l'ha! Perché il Cancro spiazza, fa paura, terrorizza. Sensibilizzare le persone alla lotta contro il Cancro, è farle pensare a cosa sia davvero". Sono le parole di Deborah, 41 anni, mamma e moglie che ha deciso di raccontare la sua lotta contro il cancro al colon di cui è affetta su una pagina Facebook, con il nickname di Magica Debby. Ha deciso di pubblicare una foto a colori che la ritrae distesa su un letto. Il pallore del suo viso è in contrasto con i colori del foulard che ha avvolto sulla testa e l'azzurro dei suoi occhi. In un lungo post ha spiegato il perché: "'Sfida accettata' è la frase che in questi giorni si trova ovunque sul social, insieme a foto in bianco e nero per una campagna di 'sensibilizzazione' alla lotta contro il Cancro. Personalmente non capisco il senso di una foto in bianco e nero - scriva Deborah - e meno ancora capisco foto che ritraggono reggiseni e pance piatte ma rispetto le motivazioni di ognuno. Non voglio fare polemiche ma solo esprimere un pensiero, specie se mi vengono inviate richieste di 'partecipazione'. Il Cancro non sono sfumature di grigio. Il grigio è sterile, arido, morto. Il Cancro ha tanti colori. Anche il colore della paura, ma ce l'ha! Perché il Cancro spiazza, fa paura, terrorizza".

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lunedì 29 agosto 2016

Dettato

Per chi non capisce la mia calligrafia (come lo capisco) qui sotto la versione stampata del Buongiorno
Un dettato al giorno guarisce l’analfabeta di ritorno. Deve averlo pensato il governo francese, che ha imposto il dettato quotidiano nei nuovi programmi scolastici. Il mio primo dettato fu scandito dalla voce nitida della maestra: «E’ autunno e cadono le foglie». Tradussi creativamente: «E autumno è cabono gle folie». Sei errori in sei parole. Da allora sono migliorato, ma neanche troppo. Quel poco è merito del dettato, che mi ha costretto ad ascoltare le parole degli altri e a metterle su carta, dando loro quel peso che a voce e sullo smartphone faticano ad avere. Nemmeno il dettato, però, è riuscito a insegnarmi l’arte della bella scrittura (calli-grafia, in greco ante Tsipras) che era l’orgoglio di mia nonna contadina. Temo di non avere preso da lei, ma dalle sue galline. 

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sabato 27 agosto 2016

Lettera pompiere su bara Giulia, 'scusa'

(ANSA) - ASCOLI PICENO, 27 AGO - "Ciao piccola, ho solo dato una mano a tirarti fuori da quella prigione di macerie. Scusa se siamo arrivati tardi, purtroppo avevi già smesso di respirare, ma voglio che tu sappia da lassù che abbiamo fatto tutto il possibile per tirarvi fuori da lì": inizia così la commovente lettera scritta da uno dei soccorritori, probabilmente un vigile del fuoco, che si è firmato "Andrea" con un cuoricino accanto, e lasciata sulla bara di Giulia, la bambina di 11 anni morta sotto le macerie a Pescara del Tronto. La sorella di Giulia, Giorgia, di 4 anni, è stata invece estratta vive 16 ore dopo il sisma e sembra che sia stata protetta nel crollo proprio dal corpo di Giulia. "Quando tornerò a casa mia a L'Aquila saprò che c'è un angelo che mi guarda dal cielo e di notte sarai una stella luminosa. Ciao Giulia, anche se non mi hai conosciuto ti voglio bene" conclude la lettera.

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mercoledì 24 agosto 2016

La terra trema

Una notte d’ estate come tutte le altre. Metti a dormire la bambina, ti accasci sul letto ed inizi a sognare. Io stavo sognando che ero a casa di mia sorella che abita in un appartamento al secondo piano di una palazzina, al contrario di me che sto al piano terra, e la mia paura in quel sogno era quale fosse la strada più veloce per scappare nel caso di un terremoto. Pochi secondi dopo, alle 3.36, vengo svegliata dal letto che si muove. Oddio penso, il terremoto. Aspetto seduta sul letto, passerà penso, è una di quelle scosse piccole e brevi. Invece continua, da un colpo secco più grande, mi alzo e corro verso la porta di casa e ancora non smette. Mio marito va a controllare che Gioia non abbia sentito nulla. Lei dorme fortunatamente. Vado su Facebook e capisco subito che troppa gente lo ha sentito a km di distanza da qui, quindi l’epicentro non è da queste parti. Negli ultimi anni ci sono state diverse scosse con l’epicentro a pochi km da casa e avevo subito capito che fosse distante. Di solito prima arriva il boato e poi inizia il tremolio, questa volta non c’è stato. Poco dopo arriva la terribile notizia. Epicentro Rieti magnitudo 6.


Interi paesi rasi al suolo, morti, feriti, persone che in pochi secondi hanno perso tutto. Un’ora dopo provo a tornare a letto. Altra scossa 5.5. Penso ancora a quella povera gente. Stamattina al tg sono arrivate le immagini della tragedia. Serve sangue, servono aiuti. Questi i numeri utili della protezione civile.


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venerdì 12 agosto 2016

Osteria di Chichibio: i vip non pagano e protestano su TripAdvisor


Pagare il conto al ristorante? Quale volgarità! Andarci durante il regolare orario di apertura? Roba da parvenu!

Almeno per Vittorio Sgarbi e il suo entourage che, si sa, come tutti i vip detesta mescolarsi alla dozzinale plebaglia e coltiva l’elitario vezzo di andare per locali, che siano musei o posti dove gozzovigliare, in orari e con modalità inaccessibili ai comuni mortali.

Non è un mistero infatti l’abitudine di Sgarbi di frequentare musei e chiese antiche in orari notturni, facendoseli aprire appositamente dall’assonnato custode per bearsi in solitaria delle meravigliose opere d’arte.

Ma questa volta, il critico d’arte non si è andato a nutrire dell’aura di quadri incantevoli e sculture raffinate ma più prosaicamente di verace, gagliardo, terrenissimo cibo.

Peccato che abbia preteso di farlo ben oltre l’orario di chiusura, a notte inoltrata, e non da solo o in compagnia di un paio di amici –come pare avesse comunicato al titolare preventivamente– ma con una comitiva di circa una quindicina di persone, modello gita fantozziana.

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mercoledì 27 luglio 2016

"Il pacco è servito"

CARO TESTA A PINOLO, IO IN VACANZA CI VADO
Caro testa a pinolo...
No, non ho niente contro i pinoli e neanche contro le "teste a pinolo", ché un po' anche la mia ci somiglia. Ma avrei potuto iniziare questa lettera diversamente, ad esempio chiamandoti "testa di cazzo". E allora ecco, credo che "testa a pinolo" possa essere un giusto compromesso tra il mantenere superiorità intellettuale mostrando rispetto e educazione, e lo sfotterti un po' richiamando ugualmente "alla testa di cazzo" che hai dimostrato di essere.

Sì, caro il mio testa a pinolo. Ho saputo che sei stato in vacanza e che qualcosa è andato storto. Un gruppo di disturbatori ha infranto il tuo progetto di relax in mezzo al verde. Che magari te lo eri pregustato per tutto l'anno chiuso all'aria condizionata del tuo ufficio, in piena città, otto ore per cinque giorni tra noia e frustrazione.
Caro il mio testa a pinolo, nessuno poteva prevedere che in mezzo a cotanto grigiore non avresti resistito allo sbalzo della bellezza che irrompe, magica, nella vita di qualcuno.

Lo sbalzo emotivo è stato insostenibile perché, si sa, un disabile è una persona triste per natura, e quando qualcosa si rivela come non pensavamo che fosse ci destabilizza. Quando qualcosa sconfina dall’etichetta sociale che siamo soliti dargli, un po’ per rassicurare noi stessi e un po’ per sentirci migliori, si perde la bussola.
Per quelli infatti, i disabili che soffrono tanto (per definizione, appunto), ci sono gli ospedali, le case di cura e di riposo. Che se si chiamano “di cura” è normale che soffrano e se si chiamano “di riposo” va da sé che non è certo naturale per loro ballare, o cantare, o fare escursioni all’aria aperta come fanno tutti gli altri. Magari ridono anche, t’immagini?
Ecco. E allora? Cosa diamine si è inceppato nel magico cerchio della vita ai tuoi occhi miopi?

Caro il mio testa a pinolo… Mi trovo qui a scriverti due righe perché non so se un giorno anche io avrò dei figli come te. In realtà non so neanche se avrò un lavoro che mi permetterà di sognare una vacanza, ma andiamo per gradi: di certo una cosa l’ho ben chiara in testa, ed è la responsabilità genitoriale.
Se mai un giorno avrò dei figli vorrò insegnare loro che la vera disabilità è negli occhi di chi guarda, di chi non comprende che dalle diversità possiamo solo imparare. Disabile è chi non è in grado di provare empatia mettendosi nei panni degli altri, di mescolarsi affamato con altre esistenze, di adottare punti di vista inediti per pura e semplice curiosità.

Citando una tua frase. “I disabili sono persone che purtroppo la vita gli ha reso grandi sofferenze ma vi posso assicurare che per i miei figli non è un bello spettacolo vedere dalla mattina alla sera persone che soffrono su una carrozzina.”.
Ecco, caro il mio testa a pinolo. Se un giorno avrò dei figli saranno sicuramente più fortunati dei tuoi che, poveracci, di colpe non ne hanno. Più fortunati perché scopriranno che la mia carrozzina non è né più né meno di un paio di scarpe nuove con le quali iniziare viaggi, avventure, sogni, destini, speranze.
Se un giorno avrò dei figli sapranno che il dolore, quello vero, è nascosto nell’indifferenza e non nella malattia. Che i brutti spettacoli del mondo ce li ha sempre “regalati” la cattiveria umana e mai la dignità. Che il mondo è popolato da persone diverse ma con gli stessi diritti. Che non esiste libertà abbastanza grande di quella che possiamo prenderci per essere felici.
Perché vivere significa questo: esser messi in condizioni di poter fare del nostro destino ciò che si vuole, senza mancare di rispetto (ah, che bella parola!) a chi ci sta intorno.

Quindi, caro il mio testa a pinolo… Non solo io in vacanza ci vado, quest’anno, come tutti gli altri anni. Ma ci andranno anche Marco, Matteo, Laura, Sara, Ilaria, Fabrizio, Ginevra, Alessandro… E tutti i ragazzi “speciali” di questo mondo, che di speciale non hanno niente se non la loro unicità: come me che ti ho scritto questo papiro di robe sconclusionate, forse, mosso da una frustrante sensazione di impotenza, e come te, caro testa a pinolo, che della vita non hai capito proprio niente.

Iacopo Melio

PS: “Bastava che la gente mi avvisava”… Il congiuntivo, perdiana! Almeno il congiuntivo…
— con Iacopo Melio

mercoledì 29 giugno 2016

WonderLaura DNF..e altre favole della buonanotte


A quanto pare il giorno in cui hanno distribuito la capacità di arrendersi io ero assente. Il che, detto così, potrebbe anche sembrare una bella cosa. E lo è, finché non arrendersi significa avere la giusta dose di testardaggine, la capacità di difendere ciò di cui si è convinti, la voglia di provarci ancora una volta. Dopo aver preso in considerazione i rischi e i vantaggi e aver deciso che questi ultimi sono un motivo sufficiente ad affrontare i primi.
Quando vado verso un obiettivo, invece, a me spesso il passaggio razionale manca totalmente. Semplicemente, l’opzione mollare il colpo non viene nemmeno contemplata. Si tratta di una questione di principio. Resistere, resistere, resistere.
Fino a ieri.
Credevo.
Mattinata calda dopo una settimana torrida, l’estate tanto attesa sembra essere arrivata comprimendo in queste prime giornate tutti i raggi di sole che aveva negato da inizio giugno. Mi metto in macchina alle sei, segna già 24 gradi. L’ideale per la gara più tosta della stagione.

La partenza è alle otto, partiamo carichi con il gruppo OltrepoTrail quasi al completo, ma li perdo ben presto di vista. I primi km sono una sofferenza, non riesco a capire se veramente le salite sono così dure o se sono io che mi sono lasciata prendere dal malumore e sto quindi vedendo tutto peggio di quanto sia realmente. Per fortuna poi inizia qualche passaggio che si inoltra nei sentieri, l’ombra e un tracciato più ondulato mi cambiano almeno la testa, mi sento più positiva, ma il succo non cambia.

sabato 4 giugno 2016

Quando Muhammad Ali incontrò Malcom X per la prima volta e la sua vita cambiò per sempre


Quando oltre cinquant’anni fa, era il 2 giugno del 1962, Cassius Clay ricevette una telefonata da un certo Sam Saxon, consigliere spirituale dei Musulmani Neri, non poteva sapere che quella chiamata avrebbe cambiato per sempre la sua vita.
Né tantomeno poteva immaginare che da quella breve conversazione, in cui Sam Saxon lo invitata insieme a suo fratello Rudy a Detroit per un raduno dei Musulmani Neri, avrebbe avuto origine la sua rivoluzione da Cassius Clay a Muhammad Ali. Una trasformazione che ha fatto sì che quel pugile così giovane e già vincitore della medaglia d’oro alle Olimpiadi, al quale nessuno dava molto credito e veniva additato dai più come uno sbruffone, nel giro di pochi anni sia diventato una leggenda della boxe e un leader carismatico nella lotta dei diritti civili.
A quella telefonata Cassius Clay rispose con entusiasmo, accettando subito l’invito. Così pochi giorni dopo partì per Detroit, senza sapere che la sua vita non sarebbe mai più stata la stessa. Perché fu proprio durante il suo viaggio a Detroit che incontrò il suo futuro mentore e amico, Malcom X.

La storia di quel primo incontro è stata racconta nei dettagli nell’ultimo libro dedicato all’amicizia tra Muhammad Ali e Malcom X, scritto a quattro mani da Randy Roberts e Johnny Smith e intitolato “Blood Brothers: The Fatal Friendship Between Muhammad Ali and Malcolm X”. Un incontro che avvenne il 10 giugno 1962 in una tavola calda di Detroit. I due parlarono solo per pochi minuti e più tardi Malcom X confesserà che fino a quel momento non aveva idea di chi fosse Cassius Clay, non seguendo la boxe da quando era uscito dal carcere. D’altra parte il pugile, noto per essere uno sbruffone e per presentarsi solitamente come “il più grande” e il “più bello”, di fronte al leader religioso evitò qualsiasi spacconata.

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giovedì 26 maggio 2016

Signora anziana viene insultata perché non rispetta l’ambiente. Ecco la sua risposta


Alla cassa di un supermercato una signora anziana sceglie un sacchetto di plastica per metterci i suoi acquisti.

La cassiera le rimprovera di non adeguarsi all’ecologia e le dice:
“La tua generazione non comprende semplicemente il movimento ecologico. Noi giovani stiamo pagando per la vecchia generazione che ha sprecato tutte le risorse! ”
La vecchietta si scusa con la cassiera e spiega:
“Mi dispiace, non c’era nessun movimento ecologista al mio tempo.”
Mentre lei lascia la cassa, affranta, la cassiera aggiunge:
” Sono persone come voi che hanno rovinato tutte le risorse a nostre spese. E ‘ vero, non si faceva assolutamente caso alla protezione dell’ambiente nel tuo tempo.”

Allora, un pò arrabbiata, la vecchia signora fa osservare che all’epoca restituivamo le bottiglie di vetro registrate al negozio. Il negozio le rimandava in fabbrica per essere lavate, sterilizzate e utilizzate nuovamente: le bottiglie erano riciclate. La carta e i sacchetti di carta si usavano più volte e quando erano ormai inutilizzabili si usavano per accendere il fuoco. Non c’era il “residuo” e l’umido si dava da mangiare agli animali.
Ma noi non conoscevamo il movimento ecologista.

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giovedì 19 maggio 2016

Sul Monte Penna dopo la nevicata




È lasciando la frazione di Alpe alle spalle che si ha l’impressione di passare attraverso un vecchio armadio per giungere in un paesaggio fantastico, completamente bianco, dove tutto è innevato... esattamente come accade nel film: "Le cronache di Narnia".
Il camino del Rifugio Monte Penna fuma come un bastimento a vapore e il tetto mostra tutto lo spessore della neve caduta nei giorni precedenti: un metro. La premessa è quella che aspettavo: sarà una gran bella giornata.
Bevuto il caffè e noleggiate le ciaspole si può partire. I 602 ettari di foresta demaniale del Penna sono immacolati, la faggeta è più silenziosa del solito, tutto è attutito, quasi per non alterare quel sottile equilibrio creato dallo spesso manto nevoso.

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mercoledì 18 maggio 2016

Nome di battaglia: Avesta Harun



di Elisabetta Rosaspina

Quando Avesta si chiamava ancora Filiz, la sua battaglia non interessava granché l’Occidente. Era una questione fra il suo popolo, i curdi del sud est anatolico, in lotta per l’indipendenza, e la Turchia, la seconda potenza militare (dopo gli Usa) della Nato. Tra il gruppo di fuoco del Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, con la sua sanguinosa catena di attentati (generalmente, va precisato, contro obiettivi militari e non civili) e un Paese alleato che offre basi strategiche per le operazioni in Medio Oriente, l’Europa e gli Stati Uniti non avevano avuto dubbi nel scegliere con chi stare: dalla parte di Ankara contro quelli che molti Stati hanno deciso o accettato di inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Lì sarebbero rimasti: una sigla fra tante e una formazione di idealisti male armati e più o meno irriducibili, infrattati nelle loro montagne, evocati a ogni esplosione di un ordigno, contro un autobus di soldati, una caserma o una stazione della polizia turca. O a ogni ipotesi di un cessate il fuoco e di una concessione politica ai rappresentanti curdi. Finché sul Medio Oriente e sull’Europa non si è stagliata l’ombra di un nemico molto più feroce, molto più efficace nel colpire e nel diffondere il terrore. E molto più abile nel reclutare nuovi seguaci, nel dotarsi di armi e mezzi sofisticati, nel conquistare e controllare territori sempre più ampi, nell’ autofinanziarsi con il traffico di petrolio e reperti archeologici, o con i rapimenti, nel progredire insomma con l’anacronistico delirio di onnipotenza pseudoreligiosa del suo Califfo.

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martedì 17 maggio 2016

Parlano i giovani: «Noi, aspiranti lavoratori all’Outlet»

Serravalle Scrivia (AL) - E’ il sogno di pochi, o forse di nessuno, ma intanto ci provano. C’è anche chi ha preso la patente di proposito, «per essere autonomo e automunito». Sono partiti a inizio di maggio i corsi di formazione per i 300 candidati all’assunzione al Serravalle Outlet, collegati all’apertura di 70 nuovi negozi, a ottobre. Età media tra i 20 e i 30 anni, residenti nel raggio di quindici chilometri dal centro commerciale più grande d’Italia. Circa la metà ha un diploma di scuola media superiore in tasca, l’altra metà una laurea breve. Sono per la maggior parte ragazze.



A blocchi di trenta, arrivano nella cittadella dello shopping con tanta speranza e un poco di scetticismo. La prima parte del corso, tenuto dalla direzione del Serravalle Outlet e dai formatori dell’agenzia Iocap, prevede un inquadramento generale della società e l’Abc del buon commesso: come accogliere il cliente, cosa si attendono i visitatori, come rapportarsi con i cinesi e russi, che rappresentano la clientela straniera più massiccia, come automotivarsi. Nessuna promessa di assunzione, ma se tutto va bene, a ottobre, potrebbe arrivare un contratto part time. «Non è il sogno della mia vita fare la commessa, ma è un modo per entrare nel modo del lavoro e rendersi indipendente. Poi si vedrà», dice Elena, da Novi.

La grande maggioranza dei candidati arriva da Novi, il centro zona più popoloso; poi Serravalle, Arquata, Gavi. Qualcuno dalla Val Borbera, come Giulia, di Cantalupo: «Ho appena preso la patente, così posso essere indipendente. Poi non si sa mai, adesso in tutte le selezioni è richiesto l’uso dell’auto».

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mercoledì 11 maggio 2016

Su Marte non c’è il mare

Un ragazzo di trent’anni, con un lavoro che non gli piace, affitta in nero la casa lasciatagli dal nonno a un cliente particolare che la vuole solo il venerdì notte, ma paga bene. Lì per lì va tutto per il meglio, poi il ragazzo scopre che qualche dettaglio non gli quadra. La prima delle quattro puntate della serie firmata da Lucio Laugelli.

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seconda puntata

terza puntata


lunedì 9 maggio 2016

Palestrina (passa e cammina…)

Palestrina passa e cammina dice un detto , ma non puoi passare senza fermare. Tra vecchi merletti, e mura antica, passeggio tra ricordi passati, presenti e futuri. L’ Antica arte del punto Palestrina ricama intrecci, evocando immagini di mia nonna e delle comari sedute su piccole sediole di paglia nella corte assolata di un estate paesana, riportando nel presente quell’atmosfera mite e tranquilla, rendendola reale, lontana dal caos della capitale che dista pochi chilometri, e di cui nonostante se ne senta la vicinanza non ne subisce l’influenza.  Palestrina passa e cammina…cammino tra i vicoli , a volte ombrosi, stretti e silenziosi, di pergole , balconi e cortili fioriti, dove odo  l’eco  lontano delle voci dei paesani radunati nelle piazze, nei bar, annuso i profumi di sughi caserecci che si diffondono dalle case, dalle numerose trattorie, pizzerie, pub,  ristorantini ricavati dai piccoli negozi caratteristici e moderni. Ed ecco che nuovamente antico e moderno si fondono e si confondono senza stonare, anzi creando un armonioso contrasto piacevole alla vista e al gusto. 
Palestrina passa e cammina…percorro le antiche vie lastricate della via Francigena e della via Preneste, su cui ancora posso vedere i solchi dei carri e udire il tintinnare delle conchiglie dei pellegrini, rivivere il glorioso passato romano nelle vestigia ancora esistenti nell’imponente Tempio della Dea Fortuna, che troneggia dall’alto su tutto il Paese e ,sembra volerlo proteggere con il suo influsso benevolo. Mai vista Dea della Fortuna  più fortunata! esclamò Virgilio ammirando per la prima volta la magnificenza della dimora divina eretta e  a lei dedicata. Ed io , paesano, guardandolo dalla finestra della mia casa, tra la nebbia mattutina o i raggi del sole, o passeggiando per le vie, o vedendolo stagliarsi all’orizzonte, imponente, dominatore, dalla strada che percorro al rientro di una giornata faticosa di lavoro, osservandolo pare darmi il benvenuto e  mi sento “ fortunato” di aver ereditato tanta bellezza, arte , cultura, e magnificenza. 
Palestrina passa e cammina…cammino tra le navate e le cappelle della Basilica di sant’Agapito  dove c’è una Pietà incompiuta di Michelangelo, un Museo Diocesano  di arte sacra piccolo ma ricco di un dipinto del Caravaggio che evoca il martirio di S. Agapito, della Madonna col velo della scuola del Perugino, e l'Eolo attribuito a Michelangelo, a cui fa eco il grande Mosaico nilotico di un'età’ repubblicana, perfettamente conservato e che tassello dopo tassello racconta il paesaggio esotico del  Nilo, e che troneggia nell’ultima sala del Museo della Fortuna, tra corolle di sarcofagi, numerosi reperti: cippi, busti, basi funerarie, statue e oggetti di uso quotidiano provenienti dalle necropoli della città. …Passa e cammino tra le note musicali del maestro Pierluigi da Palestrina e ascolto le note dei rondoni che volano radi tra i tetti e la valle , tra gli schiamazzi e le risate dei bardassi, tra le bande di paese e i cori di chiesa. Odo i rumori degli zoccoli dei cavalli sul selciato durante “Lo palio de sand'Agàbbido” , attraverso le quattro Porte, e tifo per una contrada nella giostra della Scifa, e vinca o no, festeggio gustando un “giglietto”, souvenir di dolcezza e delicatezza, di antica tradizione dolciaria, di cui mia nonna era abile pasticcera. 
Palestrina passa e cammina…tra antichi portoni , porte scrostate imbevute di passato, spalancate nei giorni d’estate e chiuse d’inverno, scambio quattro chiacchiere in dialetto con le anziane signore sedute loro davanti, tra vasi di fiori e edera rampicante, passeggio in cerca di ristoro per l’anima mia  nel chiostro del Convento di S. Francesco e mi soffermo in religioso rispetto e devozione ad ammirare  la sua vita raccontata negli affreschi che lo decorano, respirando l’aria fresca di montagna dello “scacciato”.  
Palestrina passa e cammina…cammino verso la Rocca dei Colonna, nella più alta frazione di Castel S. Pietro acropoli della vecchia Praeneste, tra i torrioni di fortificazione, scendo tra le viuzze che come un fiume sfociano nelle piazzette, m’immergo nelle atmosfere da set , che  nelle abili  mani del grande Regista De Sica divenne Sagliena. Rivivo le  rocambolesche vicende amorose del maresciallo (Vittorio de Sica) e la bersagliera (Gina Lollobrigida)  in Pane  amore e fantasia, mi sembra di vedere la Lollo dalla mitica bellezza, e rido con Totò nel film I due Marescialli (per citarne alcuni) . Mi sento attore anche io  nel set meraviglioso e vero, per nulla artificioso dei grandi set hollywoodiani. 
Palestrina passa e cammina nella ridente cittadina,  uno dei luoghi di più cari all’imperatore Augusto che antiche mura rammentano avesse dimora,  nella gentilezza e nel panorama immenso e multiforme dei Monti Prenestini. 

Patrizia Caprella


sabato 30 aprile 2016

KM0, Genova 2014

Non avevo ancora deciso niente per quest’anno, nessuna vacanza programmata. Mi son ritrovata da sola in città, a Ferragosto. 
Decido di andare a mangiare alla trattoria cinese così , per cambiare un poco perché  è economica, sono veloci a servirti , e anche se da sola, non mi sentirò a disagio. 
Dopo il lauto pranzo di  riso al curry, come predisposto, da programma, mi avvio per le vie di Genova gremite di stranieri e tra i loro tipici localini ricchi di cibi e pietanze etniche. Via Gramsci alle tre del pomeriggio brulica di stranieri: cinesi, africani, indonesiani.. 
Passo davanti ad un supermercato che vende prodotti orientali, da tempo passavo lì davanti  in autobus ed ero spinta dalla curiosità di entrarci prima o poi...colgo l’occasione e mi avvio; entro. 
Sulla soglia mi invade un profluvio di spezie orientali tra cui  cumino , curry, zafferano; la mente e il cervello ne vengono sopraffatti , una strana euforia  speziata mi pervade e stimola. 
Esposte su altissimi scaffali, in grande disordine, si scorgono lattine di bevande dai nomi esotici. “Succo di basilico? Che cos’è? Succo di angelica? cosa? non sapevo che dell’angelica esistesse il succo? Sarà bio? Latte di cocco, avocado ”.  
Svolto nel reparto prodotti sudamericani…pannocchie di mais nero dai chicchi enormi, mais rosso, e il classico mais giallo. 
Girando ancora tra i corridoi  mi trovo  nel reparto prodotti orientali…dove buste enormi di spezie di ogni tipo, funghi stranissimi ,mucillaginosi mi guardano immersi in salse e salamoie sconosciute , cavalco lenta i reparti affascinata stordita spintonata da avvezzi e pratici avventori locali che si scambiano dettagli nella loro lingua e io mi sento così straniera  
… vorrei tanto chiedere, sapere tutto di ogni cosa .. che cos’è ? ma come si usa ?e si cucina, lo mangiate davvero? rimango ammutolita ..chiusa nel limite del mio italiano e basta. 
Nel reparto africano  riso rosso, farina di tapioca , acciughe secche, platano… a prezzi minimi. 
Esco divertita, sazia di emozioni nuove e con la curiosità ripagata, pallida di sorpresa! 
Non faccio in tempo a riprendermi che scivolo accanto a una bancarella che vende vesti indiane: una donna bellissima in sari, con  anellino al naso e cerchio rosso dipinto in fronte siede accanto, sfinge immobile, la bellezza negli occhi neri di kajal, un bambino le corre indietro, avanti mentre il marito mercanteggia sui prezzi coi clienti... la femminilità immobile 
..e senza accorgermene, invasa da un odore nauseante di fritto, oltrepasso un McDonald lì accanto. Dentro girano indiani in turbante con  hamburger, africani con patatine, bambini tra i tavoloni ridondanti di vassoi e confezioni abbandonate ..l’azzeramento delle diversità etniche il livellamento delle culture e dei sapori ad un unico standard globale… triste. 
Decido di riposare un poco su una panca all’ombra, vicino all’acquario, meta di turisti più facoltosi, sede del cosiddetto turismo organizzato occidentale.. Distesa sulla panca, in preda ad un’afa atroce e stanchezza globale, mi accorgo che due turisti si son seduti accanto a me in panca  e stanno leggendo la descrizione del Bigo (l’ascensore panoramico di Genova ) in tedesco.. ascoltando mi immedesimo in loro e vedo coi loro occhi la mia città di tutti i giorni, assaporo la loro sorpresa, tutto sembra nuovo con loro, mi riapproprio dei monumenti in una nuova veste. 
Mi guardano e mi chiedono come giungere al famoso museo del mare, il museo del mare? È qui dietro, ma sulla cartina non lo troviamo, pare lontanissimo eppure gli dico nel mio bellissimo inglese appreso con ben tre anni di Londra, è li dietro, proprio lì!!! 
Son felici di saperlo, mi dicono essere di ???? (non colgo bene il nome della città in tedesco ) ma capisco essere nella zona della foresta nera, arrivano da Lerici dove dormono in bed and breakfast, rientreranno in serata. Perché vedere il museo del mare? Intervengo, guida accreditata!!! è moderno, carino ma... 
Cosi gli propongo un ‘itinerario alternativo: immergersi nei prodotti locali che possono acquistare nelle varie  botteghe e intanto rilassarsi, fiera  delle mie origini piemontesi barra genovesi decanto  inoltre gli allori del tartufo nelle langhe, del vino nel Monferrato, del cioccolato con le nocciole…. 
E li devio  verso la via Garibaldi , centro di musei ricchi di storia ..io mi sento molto guida turistica, rimpiango di non essermi fatta avanti per uno scambio solidale in Germania .. mi chiedo perché i tedeschi paiano cosi rilassati di fronte  a dei genovesi sempre di corsa e bigi .. sarà il benessere? Chiudo la mia giornata. Pensavo sarei stata sola in giro con tanta noia dentro nel cuore,  e mi son trovata in una nuova terra, turista locale, guida per stranieri, straniera sulla mia panca genovese...e ho risparmiato un viaggio! km zero!  

Elisa Marchelli

Fonte: Ebook gratis