venerdì 13 gennaio 2017

La sera del dì di festa

 
Giacomo Leopardi
 
29 giugno 1798 - 14 giugno 1837
          
                
Il conte Giacomo Leopardi, al battesimo 
Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro 
Leopardi, è stato un poeta, filosofo, scrittore, 
filologo e glottologo italiano.

 


 
Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m'affaccio,
E l'antica natura onnipossente,
Che mi fece all'affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da' trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell'artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.
 
Giacomo Leopardi 

Poesie d'autore

mercoledì 11 gennaio 2017

Cinque indimenticabili poesie di Eugenio Montale


Il destino dei poeti a volte sembra quasi quello di essere travisati. Passano una vita a esprimere, coi loro versi, i propri dubbi e sentimenti, e poi la storia li tramanda non per quello che credevano e sostenevano di essere, ma per tutt’altro.
Prendiamo Eugenio Montale, uno dei più grandi poeti della letteratura italiana del Novecento. Tutta la sua poetica è contrassegnata dall’incertezza, dall’incapacità di cogliere il senso profondo dell’esistenza, che si intuisce appena ma sfugge di continuo. È, insomma, un poeta del dubbio, contrapposto alle certezze che invece mettevano in campo, poco prima di lui, autori come Gabriele D’Annunzio.
Un punto fermo, suo malgrado

Eppure, lui così dubbioso e incerto, è ormai divenuto l’unico punto fermo dei programmi scolastici di letteratura italiana. Passata, almeno in parte, la moda che aveva premiato Giuseppe Ungaretti e l’interesse per gli ermetici alla Salvatore Quasimodo, Montale negli ultimi anni è diventato il cardine dei programmi dell’ultimo anno delle scuole superiori. Cosa che ha fatto sì che gli studenti all’esame ripetano incessantemente le solite quattro o cinque frasi imparate sul testo («linguaggio scarno ed essenziale» è un’espressione che ritorna con una frequenza da far tremare i polsi) senza riuscire a cogliere il senso delle parole del poeta genovese.
Così, poco per volta, il messaggio di Montale muore, perso nello studio mnemonico che è quanto di più distante si possa pensare per una poesia che è invece da scoprire verso per verso, semplice nel linguaggio quanto poco intuitiva nel senso.

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martedì 10 gennaio 2017

Zygmunt Bauman: "Lampedusa? Niente fermerà i migranti, 'persone superflue' che cercano di rifarsi una vita"

Il 9 gennaio 2017 è morto Zygmunt Bauman. Riproponiamo questo articolo che raccoglie alcune riflessioni del sociologo sui migranti


“Qualsiasi cosa tenti di fare il premier Enrico Letta, o l’Europa, gli arrivi dall’Africa non finiranno”. Per Zygmunt Bauman, a Milano per la rassegna Meet The Media Guru, niente riuscirà a fermare chi è “in cerca di pane e acqua potabile”: né i governi, né tragedie del mare come quella di Lampedusa.

Durante la conferenza stampa di presentazione dell’incontro pubblico di stasera ("Meet the Guru"), in cui Bauman affronterà il tema dell’impatto delle tecnologie digitali sulla vita delle persone, il sociologo e filosofo polacco, 91 anni, ha spiegato che gli sbarchi non si fermeranno, perché “le migrazioni sono inseparabili dalla modernità. Infatti una caratteristica della modernità è la produzione di “persone superflue”: individui tagliati fuori dal processo produttivo che perdono la propria fonte di sussistenza. Il progresso economico consiste nel produrre la stessa quantità di cose che producevamo ieri con una minore quantità di lavoro e a un costo più basso. Chi rimane tagliato fuori diventa una persona superflua. E alle persone superflue, non resta che andarsene, cercando un altrove dove ricostruirsi una vita”.

Per Bauman poi “le economie europee hanno bisogno d’immigrati, perché senza di loro non potremmo vivere. Se nel Regno Unito gli irregolari venissero identificati e deportati, la maggior parte degli ospedali e degli alberghi collasserebbe, e credo che si possa dire lo stesso per l’economia italiana”.

Il sociologo ha ricordato che “per alcuni demografi la popolazione dell’Unione Europea diminuirà da 400 milioni di persone a 240 nei prossimi cinquant’anni: un numero troppo basso per mantenere i nostri standard di vita, il nostro benessere”. “In base ad alcuni calcoli - ha detto Bauman - nei prossimi 20 o 30 anni sarà necessario accogliere in Europa circa 30 milioni di migranti”.


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mercoledì 4 gennaio 2017

1984 di George Orwell (gratis in pdf)

Trama:
Il protagonista del romanzo, Winston Smith, è un membro subalterno del partito, incaricato di "correggere" i libri e gli articoli di giornale già pubblicati, cioè modificarli in modo da rendere riscontrabili e veritiere le previsioni fatte dal partito; egli inoltre si occupa di modificare la storia scritta, contribuendo così ad alimentare la fama di infallibilità del Partito stesso. Apparentemente è un tipo malleabile, ma Winston in realtà mal sopporta i condizionamenti del partito e non riesce ad adeguare la propria mente al bipensiero. Accanto a lui agiscono altri due personaggi: Julia (della quale Winston è innamorato malgrado i divieti del partito), una giovane che si adatta al partito solo per convenienza, e O'Brien, un importante funzionario nel quale il protagonista vede una figura paterna.

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martedì 3 gennaio 2017

Viviamo in tempi infami

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l'unione dei cuori;
in quest'ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell'estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c'è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-18884?f=a:722>

venerdì 30 dicembre 2016

Santi e poeti


Bisogna essere santi
per essere anche poeti:
dal grembo caldo d’ogni nostro gesto,
d’ogni nostra parola che sia sobria,
procederà la lirica perfetta
in modo necessario ed istintivo.

Noi ci perdiamo, a volte, ed affanniamo
per i vicoli ciechi del cervello,
sbriciolati in miriadi di esseri
senza vita durevole e completa;
noi ci perdiamo, a volte, nel peccato
della disconoscenza di noi stessi.

Ma con un gesto calmo della mano,
con un guardar “volutamente” buono,
noi ci possiamo sempre ricondurre
sulla strada maestra che lasciammo,
e nulla è più fecondo e più stupendo
di questo tempo di conciliazione.


“Santi e poeti” di Alda Merini (1931-2009) è la prima poesia conosciuta della poetessa milanese. Questo inedito datato 2 dicembre 1948, pubblicato su La Repubblica nel quinto anniversario della morte nell’articolo di Vito Mancuso “Essere santa senza Dio. I primi versi di Alda Merini“, precede di 20 giorni la poesia “Il gobbo” del 22 dicembre 1948, prima pubblicazione dell’autrice a 17 anni.

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giovedì 29 dicembre 2016

Il mistero delle banconote da 50 euro che piovono dal cielo

Banconote da 50 euro che piovono dal cielo. Non è l’ennesima bufala, ma ciò che è realmente accaduto a Mozzo, piccolo paesino in provincia di Bergamo, dove dal cielo hanno iniziato a cadere in strada diverse banconote da 50 euro. Tutta colpa di un papà distratto che, nel portare i bambini a scuola, ha dimenticato il portafoglio sul tettino della macchina. Nella fretta il padre di famiglia ha lasciato sull’auto il portafoglio e, quando è partito in direzione della scuola, si è aperto, liberando nell’aria le banconote da 50 euro.

Il denaro è volato in cielo, cadendo sul marciapiede. Poco dopo una signora ha ritrovato il portafoglio vuoto e, tramite i documenti all’interno, ha rintracciato il proprietario. E le banconote? A ritrovarle per strada è stato un anziano che ha raccolto anche un bigliettino da visita. Grazie a quest’ultimo il denaro è tornato nelle mani del suo legittimo proprietario. L’uomo ha offerto al pensionato una ricompensa, ma lui ha rifiutato: “Non la voglio – ha spiegato l’anziano – la dia alla parrocchia per i poveri”. E così è stato.

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martedì 27 dicembre 2016

"Palle di Natale", la hit che arriva da Milano. E ha uno scopo nobile

L’hanno scritta e cantata i ragazzi dell’Istituto nazionale tumori del capoluogo lombardo. Oltre due milioni e 400 mila visualizzazioni in poche ore per il video della canzone. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza

La hit di Natale arriva quest'anno dai ragazzi dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano (Getty Images)

Si intitola “Palle di Natale (Smile, it’s Christmas day)” il nuovo "tormentone" di Natale che è diventato virale nel giro di 24 ore. La canzone è stata scritta e cantata dai ragazzi del “Progetto giovani”, portato avanti dal reparto Pediatria dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano. I ragazzi dell’Istituto hanno "messo in musica" le loro feste in corsia facendosi conoscere non solo in Italia, ma anche nel mondo. Oltre due milioni e 400mila visualizzazioni su Youtube. E la canzone è scaricabile anche da iTunes. Il ricavato sarà destinato all’Associazione Bianca Garavaglia.

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lunedì 26 dicembre 2016

Mi piacerebbe...

"Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi.Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia.È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un "No".
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.
Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.
Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.
E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta.Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.
Non mollare mai ....
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"


Papa Francesco

martedì 20 dicembre 2016

"Gesù Bambino, cerca di non far licenziare mamma": la lettera della bimba di Brindisi

La piccola è figlia di una dei 120 dipendenti della Santa Teresa che dal 31 dicembre non avranno più un contratto. La madre: "Ho sempre cercato di non parlare in casa della mia situazione" di SONIA GIOIA


BRINDISI - "Caro Gesù Bambino, fa che la mamma non le danno fastidio e che non la licenziano, e poi dobbiamo essere generosi". Con queste parole inizia la letterina di Natale di Sofia, 8 anni compiuti il 20 dicembre, figlia di una impiegata della ditta Santa Teresa che dal 31 dicembre rischia di restare senza lavoro, al pari dei 120 lavoratori della società partecipata della Provincia di Brindisi.

La bimba ha consegnato la lettera nelle mani della mamma con la raccomandazione che fosse data al destinatario, che per la prima volta da quando ha imparato a scrivere non è Babbo Natale. I primi a restarne sorpresi, e commossi, sono stati i genitori. "Io evito di parlare di questioni di lavoro davanti alle bambine", spiega la donna, 35 anni, impiegata amministrativa della società in liquidazione falcidiata dai tagli agli enti locali.


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L'insegnante scrive una nota a un ragazzo disabile, la risposta della mamma è perfetta

“Oggi Adriano si è comportato male in classe”. Il motivo? “Anche se richiamato più volte ha continuato a fare dei piccoli rutti, disturbando la lezione”. Questa è la nota firmata da un insegnante di sostegno di una scuola media di Roma, in zona Monte Mario. Tutta colpa di quei piccoli ma continuativi rumori. Un dispetto per l’insegnante, un modo per comunicare un disagio per il ragazzo. Adriano ha 13 anni, frequenta la prima media ed è affetto da un ritardo cognitivo grave. All’età di un mese un attacco di bronchiolite, un’infezione virale acuta, e la conseguente mancanza di ossigeno per un tempo troppo lungo gli hanno provocato una lesione cerebrale da cui non si è più ripreso. Non parla, non scrive e, spiega la mamma, “non sa neanche cosa sia una nota”. Ma Lucia, 49 anni, dopo aver letto l’appunto stizzito dell’insegnante di suo figlio non si è scomposta. Su quello stesso quaderno a quadretti grandi ha risposto con ironia: “Ho sgridato Adriano per il suo comportamento. La nota positiva è che i rutti erano piccoli perché a casa li fa grandi”. Firmato: “La mamma”.

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L’ultima volontà del bimbo era vederlo, muore tra le braccia di Babbo Natale: l’intervista

 

 

sabato 17 dicembre 2016

Gli angeli non hanno polvere da sparo


C’è un Isis buona e un Isis cattiva. La seconda è a Mosul e si fa scudo con i civili, la prima è ad Aleppo e si fa scudo con i civili. La differenza la fa chi gli spara addosso. La coalizione Occidentale è buona e a Mosul ci sono terroristi da cacciare. Quella Russa è cattiva e allora, in Siria, ci sono solo dei buoni diavoli.
La verità è che il diavolo ha un colore solo, rosso sangue, e l’uomo è un toro con il vizio della morte.
Paul Lessanges
Fonte

mercoledì 14 dicembre 2016

Arrivederci Francesca

Wondy ci ha lasciato. E’ morta l’11 dicembre. E’ morta di cancro, una malattia che lei ha sempre chiamato per nome. Mai dire “male incurabile” o “lunga malattia”. Perché Wondy era così: schietta, sincera, combattiva, ironica, creativa. Un vulcano.



Chi legge questo blog penserà “Wondy è stata sconfitta”. Sì, ha perso la guerra, ma ha vinto tante battaglie. E soprattutto ha insegnato a tante donne e uomini il coraggio. Lottare con il sorriso. Strappare pezzi di vita. Radersi la testa dopo la chemio ed essere bellissima. Fare la chemio rossa e paragonarla a una sangria.

Wondy non era una santa e fino all’ultimo ha chiesto che venissero raccontati di lei anche i difetti. Il modo migliore per ricordarla sono le parole del marito Alessandro Milan. Parole che lette fino in fondo restituiscono il senso dell’amore e della vita. Il senso di Wondy


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venerdì 9 dicembre 2016

Cosa serve per essere davvero felici?, di Angelo Gavagnin

Gli americani lo hanno addirittura messo nella costituzione: ogni persona ha diritto alla felicità o ha diritto di usare tutte le sue forze per arrivarci. Ma cosa serve, davvero, per essere felici?

Vedo molte persone intelligenti e infelici. Come mai? Un essere intelligente dovrebbe essere anche felice, altrimenti mi viene da pensare che non usi bene la sua intelligenza. Certo, la usiamo per guadagnare sempre più soldi, per poi comprare auto sempre più grandi che non riusciamo più a parcheggiare e ci rimaniamo chiusi dentro. Prigionieri del nostro lusso. Poi, ad un certo punto, ci abituiamo anche al nostro tanto desiderato ma inutile macchinone e ci viene a noia, magari pensiamo: "Ma quanto è bello fare una passeggiata?".

Tanti soldi, tanto potere, tanto sesso ma... che noia, la solita routine! Ti abitui e pensi "ma quanto sarebbe bello che nessuno mi cercasse?", saper godere di un tramonto da soli. Cose semplici, eppure sembra una felicità difficilissima da raggiungere.

Un amico mi diceva: «Che bello sarebbe questo panorama con una bella ragazza di fianco». Come se ci fosse sempre una condizione da porre. La felicità è, molte volte, legata alla proprietà di oggetti, alle relazioni con le persone o con animali che diventano parte della famiglia. Naturale che sia una felicità effimera. L'oggetto ti annoia dopo qualche tempo, è inevitabile. Anche le persone, se il rapporto non diventa profondo, poi ti stancano. Il rapporto con il cane dura di più, dura tutta la vita: la sua, certo, e quindi forse per il semplice fatto che sia relativamente breve. Mah...
Un mio amico, che faticava a ricordare i nomi, ha chiamato il suo cane "Cane". Che bellezza! Il rapporto era felice, semplice e scontato. Il nome pure. Anche con la moglie sembrava felice quando le rispondeva al telefono diceva sempre: «Ciao amore... A che ora torni amore... Sei a casa amore?». Una volta gli ho detto: «Che bello, dopo quarant'anni di matrimonio ancora chiami tua moglie amore!». Lui mi ha risposto che, in realtà, non si ricordava più come si chiamava. Era felice così, con rapporti semplici e insulsi.

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venerdì 2 dicembre 2016

Idea regalo: Le tre resurrezioni di Sisifo Re

Siamo all'inizio del XXIII secolo, in una megalopoli di quasi 19.000 km2 e 40 milioni di persone. Il tiranno è stato deposto, giustiziato tramite impiccagione, e nella città si scatena una guerra civile di tutti contro tutti, con a capo delle fazioni i figli dell'ex dittatore. In uno scenario di guerra condotta strada per strada si muovono personaggi di ogni risma. Tra tutti spicca Sisifo, un detective folle vestito e truccato in modo improbabile, schiavo della malattia del sonno e della depressione e imbrigliato in uno stile di vita bizzarro. Con lui il suo assistente Oscar Orano detto Oh-Oh - parziale voce narrante - radiato dalla società civile. I due, ingaggiati dalla bellissima e intrigante Selina Corbeves, devono investigare sull'omicidio del marito della donna. Un assassinio ancora di là da venire. Sisifo si affida ai consigli del professor Zoro, anziano alienista che vive blindato all'interno dell'università con un assistente gobbo, un molosso e un pericoloso anaconda... Ogni tanto una macchina spazio-temporale permette a Oscar di sperimentare un fatale sdoppiamento: il mondo folle nel quale vive si ribalta in una pseudorealtà dove ogni personaggio ha il proprio ruolo invertito rispetto alla vicenda. Tutto è destinato a concludersi nell'Isola, la zona storica della megalopoli. Là, tra crocifissioni e verità svelate, accadrà qualcosa di inimmaginabile.

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lunedì 28 novembre 2016

Omaggio a Fidel * di Lia De Feo

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio. E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare.
L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona.
Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all’infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.
Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all’università, c’era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All’interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L’assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l’inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all’esame di dottorato. L’incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un’immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po’ li strozzeresti e un po’ ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.

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domenica 27 novembre 2016

Argini e ponti ad arcata unica. Così si è scongiurata la strage

Ventidue anni fa il Piemonte contò 70 vittime e danni per miliardi di euro. Oggi l’acqua fa meno paura grazie agli interventi e al dialogo tra Comuni


CEVA (Cuneo)
Alcuni giorni di pioggia. E ventidue anni fa, il 5-6 novembre ’94, il Tanaro e gli affluenti in piena sconvolsero la geografia del Basso Piemonte. Le colline cedettero come ferite da profondi graffi. L’acqua arrivò ovunque e quando si ritirò portò con sè 29 vittime nella sola provincia di Cuneo. Una settantina in Piemonte. La più piccola, Riccardo Sobrino di Alba, aveva solo 5 anni. Ponti crollati, frane che sbriciolarono le montagne, strade ridotte a brandelli rubarono la vita a coppie, pensionati, giovani. Danni incalcolabili, per centinaia di miliardi tra rimborsi ai privati, attività commerciali e industriali, opere pubbliche. Anni di lavoro per riportare la situazione alla normalità.

Città e paesi che cambiarono, comunque, volto per sempre. Su «La Stampa» di lunedì 7 novembre ’94, Nuto Revelli scrisse: «La speranza è che questa lezione non si ripeta. Tornerà il sole. Si ricostruiranno le strade e i ponti. Ma dovremo uscire dall’ignoranza di sempre. O impareremo a rispettare il territorio o questa storia continuerà a ripetersi». Profetico. Ma la memoria è servita per far sì che negli anni a venire nuove alluvioni provocassero sempre meno disastri. E questa volta il Piemonte e i piemontesi si sono fatti trovare pronti. «Cittadini e amministratori ne hanno fatto tesoro - dice l’attuale assessore regionale alla Protezione civile, Alberto Valmaggia -. Dai fatti del ’94 sono nate una nuova coscienza, preparazione e consapevolezza dell’importanza della tutela del territorio. Ne fanno parte anche le esercitazioni costanti che, anche adesso, hanno evitato guai peggiori».

Ventidue anni fa a dare l’allarme fu, con un fax alla Prefettura e al Magistrato del Po, il sindaco di Ceva Gianni Taramasso. Che ebbe la felice intuizione di far sgombrare le scuole e chiudere i ponti. «Niente di scritto o codificato - ricorda -, fu solo buon senso».
Dal ’94 al 2016, tecnici, sindaci, Regione, Aipo hanno predisposto piani idrogeologici, andando a intervenire là dove possibile. In primis sugli argini, trascurati da anni, se non di più.

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mercoledì 23 novembre 2016

UN’ALTRA ESTATE

di Simonetta Bisicchia

Avevo atteso l’estate come si aspetta Natale da bambini.
L’estate e la sua luce, la meraviglia del sole, la voglia di andare via, di cambiare aria, di viaggiare.
E l’estate era arrivata, torrida e puntuale.
Da ogni finestra della città si affacciavano volti accaldati in attesa di una partenza per le spiagge e, la sera, le vie del centro erano un brulicare di corpi ringiovaniti dalla promessa di una vacanza. Di lì a poco le vie, le case, gli uffici, avrebbero cominciato a svuotarsi e le autostrade sarebbero diventate tappeti di automobili fin troppo veloci.
Stanca e annoiata com’ero dal freddo e dagli oneri invernali, non mi ero nemmeno resa conto che la vacanza che avevo tanto atteso vacillava sotto il peso di una serie di problemi organizzativi che alla fine risultarono troppi, e così, senza che avessi nemmeno il tempo di reagire, mi ritrovai senza un programma e senza prospettive.
Fanculo, mai che ci si possa fidare di qualcuno.
I compagni di viaggio vanno scelti con cura, ed ero cascata una volta di troppo in una rete di entusiasmi incapaci di dare una ragionevole conferma di loro stessi.
Ci ero cascata, ed ero sola. Un’altra volta.
Intanto il calore dei muri delle case saliva, non c’era ora del giorno in cui non si avesse il sole addosso, appiccicato alla pelle, da un sudore invadente.
C’era da scegliere. Si poteva restare a letto investiti dal getto d’aria del ventilatore, annegare in una vasca da bagno, o fingere di gradire l’aria condizionata di un centro commerciale, dove, d’estate, i gesti automatici e inespressivi delle cassiere risultano ancora più terrificanti che d’inverno.
D’inverno produrre, commerciare, vendere, comprare, lavorare ha un senso; all’unisono e, con un’esemplare senso di abnegazione al dovere, lo facciamo tutti, in maniera ordinata e costante, senza protestare e senza eccessivi moti di ribellione.
Ma, d’estate, il suono di un lettore di un codice a barre che fa comparire su un display il prezzo di un surgelato echeggia come un grido sinistro e isolato, nell’aria appesantita dal caldo.  D’estate la vita va in stand-by, è tutto sospeso fino a nuovo ordine, tutto interrotto. E nessuno dovrebbe lavorare, né pensare, né produrre, né avere memoria o ricordi.

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martedì 22 novembre 2016

La lettera con cui il nonno di Trump fu espulso dalla Germania

Ritrovata nell’archivio della città di Spira. Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce la cacciata di Friedrich Trump da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera


Berlino
Se Donald Trump si appresta a diventare il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America lo deve in parte anche a una lettera ingiallita dal tempo ritrovata nell’archivio della città tedesca di Spira. Il documento, datato 27 febbraio 1905, sancisce l’espulsione del nonno del President-elect, Friedrich Trump, da Kallstadt, nell’allora Regno di Baviera. “Al cittadino americano e pensionato Friedrich Trump va comunicato che dovrà lasciare il territorio bavarese al più tardi entro il primo maggio di quest’anno, altrimenti dovrà aspettarsi la sua espulsione”, si legge nella missiva inviata dalle autorità del distretto di Dürkheim all’ufficio dell’allora sindaco di Kallstadt. La lettera, che è stata rinvenuta dallo storico Roland Paul e viene pubblicata oggi dalla Bild, metteva la parola fine a una vicenda alquanto complicata.

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venerdì 18 novembre 2016

Il bambino sta per morire in sala operatoria, quando arriva il medico il padre lo aggredisce. Ma alla fine…

Quante volte ci troviamo a giudicare delle persone senza sapere esattamente cosa stia accadendo nelle loro vite o quali problemi stiano attraversando? Molto spesso è difficile provare empatia verso gli altri. Lo dimostra bene la storia di cui vi parleremo oggi:

Un medico arriva in ospedale perché chiamato d’urgenza al reparto di chirurgia, il caso è disperato: un bambino ha avuto un gravissimo incidente. Il medico si infila subito il camice, ma prima di entrare in sala operatoria incontra il padre del bambino che gli grida contro: “Perché è venuto così tardi? Perché ha perso tutto questo tempo? Non sa che la vita di mio figlio è in pericolo? Lei non ha il senso di responsabilità!”.

Il medico sorride e con molta calma risponde: “Mi dispiace, non ero in ospedale ero da tutt’altra parte, ma sono arrivato il prima possibile. E ora si calmi e mi lasci fare il mio lavoro!”.


Ma il padre del bambino continua ad incalzarlo: “Calmarmi? Come si sentirebbe se suo figlio si trovasse lì? Lei starebbe tranquillo?”. Il dottore sorride ancora e risponde: “Le voglio dire quello che disse Giobbe nella Bibbia: ‘Dalla polvere siamo venuti e in polvere torneremo, sia benedetto il nome di Dio’. Noi medici non facciamo miracoli, ma stia tranquillo, faremo di tutto per suo figlio “.

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