Quando qualche anno fa ho scritto questo contro manuale di Facebook, stufo di vedere in libreria solo manuali veri del social di Zuckerberg, temevo che avrei perso degli amici (virtuali). Invece me ne sono fatti altri: qualcuno ha voluto essermi "amico" per vedere come razzola uno che predica bene.
In effetti di stupidaggini ne faccio anche io (qua e là, nel libro, lo ammetto). Non è un caso se, nella quarta di copertina del libro, trovate solo il mio account Twitter… ;)
Ho subito l’unfriend perché qualcuno, dotato di coda di paglia più o meno lunga, ha pensato che stessi parlando di lui.
Facebook è micidiale per i permalosi (come me), così come per narcisisti ed egocentrici (attenti: leggendo gli status si possono riconoscere anche gli psicopatici). Pensiamo sempre che si stia parlando di noi, anche quando si commenta il meteo, un rigore non dato o la crisi in Medio Oriente.
In parte è normale: è una sorta di meccanismo di autodifesa. Ma spesso esageriamo: crediamo di essere al centro del mondo, o di non esserlo affatto, senza mezze misure.
Facebook, anche da questo punto di vista, non ci aiuta. Anzi: amplifica e distorce la realtà (fino a provocare patologie, vedi: dipendenza) così come altera i concetti di amicizia o di "mi piace".
Modifica i rapporti con le persone, disposte in alcuni casi anche a tollerare banalità come "sto andando a fare la spesa" (accompagnato dall’ormai immancabile selfie) o "stasera zuppa di pesce!" (anche in questo caso con tanto di foto, vedi foodporn) perché, ci hanno spiegato, l’intimità ambientale permette di rimanere vicini a qualcuno anche se in realtà si è lontani.
Ciò non significa che possiamo permetterci tutto: vietato esagerare.
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mercoledì 27 novembre 2019
lunedì 4 novembre 2019
Si è spento Alberto Sed...
Per 50 anni non raccontò a nessuno della sua esperienza di ebreo deportato. Poi lo fece con Roberto Riccardi nel libro “Sono stato un numero” (Giuntina editore). La madre e due sorelle vennero uccise nel lager (una sorella venne fatta sbranare dai cani a un mese dalla liberazione per diletto dei soldati).
Ricordare è l'atto che più temono le vocazioni totalitarie. Quando una vita come quella di Alberto Sed smette di respirare, l’ansia va sempre nella stessa direzione: ora chi porterà le prove contro populisti e sovranisti?
Roberto Saviano
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Il ricordo di Alberto Sed e i «mostri» che non muoiono mai
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domenica 3 novembre 2019
venerdì 1 novembre 2019
Alda Merini moriva 10 anni fa: alcuni dei suoi versi più belli
La poetessa milanese ha rappresentato una delle voci più intense dell’ultimo secolo, grazie al modo unico in cui ha saputo trasformare la tragedia di una vita “diversa” in poesia universale. Parlare dei suoi versi, così intimi, dolorosi e sofferti, ma anche estremamente illuminanti, non è cosa facile: ecco perché a dieci anni esatti dalla scomparsa di Alda Merini, torniamo ancora una volta a leggere le sue poesie.
Il 1 novembre 2009 moriva, a 78 anni, Alda Merini. Dieci anni sono trascorsi da quando una delle voci più dirompenti del Novecento si è spenta: ma nonostante la scomparsa, l’immensa opera della poetessa meneghina ha ancora una forza e una vivacità straordinarie. Raccontare in poche righe tutto ciò che Alda Merini ha vissuto, ed è stata, sarebbe impossibile. Per questo, in occasione di questi primi dieci anni senza di lei, a parlare sono nuovamente i suoi versi.
Alda Merini, la poetessa della follia
Sono nata il ventuno a primavera
Ma non sapevo che nascere folle
Aprire le zolle
Potesse scatenar tempesta.
Leggere le sue poesie vuol dire entrare, nel modo più diretto e profondo, nella sua vita. Ma il valore dei versi di Alda Merini non è riconducibile esclusivamente alla sfera biografica, anzi. Come amava spiegare Maria Corti, critica letteraria ed intima amica della poetessa, nella sua scrittura “vi è prima una realtà tragica vissuta in modo allucinato in cui lei è vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo della memoria e viene proiettata in una visione poetica in cui è lei con la penna in mano a vincere”. La vita, con tutto il suo peso, è stata per Alda Merini un punto di partenza e un punto di arrivo della sua poesia, così come la malattia e la solitudine sono stati veleni ed antidoti della propria condizione esistenziale.
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Il 1 novembre 2009 moriva, a 78 anni, Alda Merini. Dieci anni sono trascorsi da quando una delle voci più dirompenti del Novecento si è spenta: ma nonostante la scomparsa, l’immensa opera della poetessa meneghina ha ancora una forza e una vivacità straordinarie. Raccontare in poche righe tutto ciò che Alda Merini ha vissuto, ed è stata, sarebbe impossibile. Per questo, in occasione di questi primi dieci anni senza di lei, a parlare sono nuovamente i suoi versi.
Alda Merini, la poetessa della follia
Sono nata il ventuno a primavera
Ma non sapevo che nascere folle
Aprire le zolle
Potesse scatenar tempesta.
Leggere le sue poesie vuol dire entrare, nel modo più diretto e profondo, nella sua vita. Ma il valore dei versi di Alda Merini non è riconducibile esclusivamente alla sfera biografica, anzi. Come amava spiegare Maria Corti, critica letteraria ed intima amica della poetessa, nella sua scrittura “vi è prima una realtà tragica vissuta in modo allucinato in cui lei è vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo della memoria e viene proiettata in una visione poetica in cui è lei con la penna in mano a vincere”. La vita, con tutto il suo peso, è stata per Alda Merini un punto di partenza e un punto di arrivo della sua poesia, così come la malattia e la solitudine sono stati veleni ed antidoti della propria condizione esistenziale.
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giovedì 31 ottobre 2019
mercoledì 30 ottobre 2019
martedì 29 ottobre 2019
OMAGGIO ALL'UOMO CHE PIANTAVA GLI ALBERI
C'è un uomo che nella realtà ha compiuto le stesse azioni di Elzéard Bouffier, il pastore raccontato da Jean Giono nel libro "L'uomo che piantava gli alberi" e che generazioni di lettori hanno creduto, per molto tempo, essere davvero esistito.
- Laura Nosenzo
Nella sua lunga vita, spenta dieci anni fa, Giovanni Giolito ha messo nella terra oltre ventimila germogli tra il Sud Astigiano e la Liguria.
La Val Sarmassa, dichiarata nel 1993 Riserva Naturale, è stato il luogo in cui ha operato maggiormente, quello di gran lunga più amato ("Il mio angolo di paradiso"), dove da bambino, non appena asciugata la rugiada del mattino, andava con la nonna settimina a raccogliere le erbe selvatiche e da adulto sedeva sotto i maestosi alberi a leggere dopo aver piantato germogli, soprattutto di quercia.
Un gesto che ha fatto fin quasi all'ultimo, fin quando ha potuto.
"Io sono davvero uguale a quel pastore - ripeteva negli ultimi mesi della sua vita - che ha piantato alberi semplicemente perché ha pensato giusto farlo. Solo questo è importante".
Di quei ventimila germogli messi a dimora Giovanni Giolito non s'è mai fatto vanto: "Lo faccio per passione e senza chiedere nulla in cambio. E' un gesto spontaneo. Nessuno me lo chiede e mi ringrazia".
Per chi non lo conosceva, Giolito era un tipo strano, per le poche persone amiche Gim è stato un uomo straordinario. Ho avuto la fortuna di essere tra queste e di raccontare la sua vita in un libro, dopo aver superato prove ritenute fondamentali, come andare a raccogliere con lui la camomilla, sotto il sole di giugno, per mettere alla prova il mio impegno e la mia pazienza.
Mentre cercavamo le erbe o deponevamo germogli, Gim mi spiegava: "Il bosco cresce in silenzio, senza far rumore. Bisogna saper aspettare, avere pazienza. Usare rispetto alla natura, perché la terra non si fabbrica. Poi succede ciò che è naturale: da un piccolo seme viene un grande albero. Pazienza se agli altri dà fastidio. Con i contadini ho avuto discussioni a non finire".
Amava la natura sopra ogni cosa. Da bambino (ribelle) le punizioni della maestra nella scuola di Nizza Monferrato, dove era nato, si risolvevano il più delle volte con movimentate fughe nei boschi della Sarmassa; già anziano, fin quando ha potuto guidare il motocarro Ape rosso da lui soprannominato con fine ironia "la mia Ferrari Rossa", è sempre tornato a rivedere, anche a distanza di decenni, gli alberi che aveva piantato. Di quei ventimila germogli, fatti nascere soprattutto da ghiande di farnie accuratamente selezionate, calcolava che soltanto una piccola parte fosse riuscita a superare "le insidie del bosco e le cattiverie dell'uomo".
Aveva per le piante lo stesso amore che si riserva ai figli: "Il mio è un omaggio alla natura. Ma ci sono stati momenti in cui ho voluto omaggiare uomini che sono stati importanti per me. Dopo la morte di Sandro Pertini sono andato nei boschi di Stella, il suo paese natale, e ho cercato delle belle ghiande. Le ho accudite con particolare attenzione e, spuntati i germogli, sono tornato là a sistemarli lungo il versante della montagna, in un posto che so solo io. Negli anni sono diventati alberi robusti".
A diciassette anni Gim pianta il suo primo albero lungo un ruscello: è un acero, la sua specie preferita. Un gesto naturale che ripeterà per buona parte della vita in Sarmassa, nella Langa, al Sassello e nei paraggi di Nizza. Con una regola precisa: "Ogni terra deve avere la sua vegetazione".
A diciassette anni Gim pianta il suo primo albero lungo un ruscello: è un acero, la sua specie preferita. Un gesto naturale che ripeterà per buona parte della vita in Sarmassa, nella Langa, al Sassello e nei paraggi di Nizza. Con una regola precisa: "Ogni terra deve avere la sua vegetazione".
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I dieci versi dalle canzoni di Battiato da appuntarsi e non dimenticare
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