lunedì 31 ottobre 2016

Il dramma non è solo in una parte geografica dell'Italia.

...E poi ti prende così, quel magone e la tristezza di quanti hanno perso la propria casa, le cose, i progetti, la storia, le memorie....
Quelle crepe aperte, quegli squarci, non sono solo rughe di vecchiaia ma incuria e non solo del tempo.
Ti viene alla mente che ancora tanti cittadini colpiti dai sismi negli anni precedenti attendono che si restituisca la loro dignità.

E’ l’anima.

Pensi alla tua Italia rugosa, alla tua terra, ti guardi intorno e speri.

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Terremoti in tempo reale in Italia e nel mondo

mercoledì 26 ottobre 2016

Non sono razzista ma... forse sì.

Sta passando il principio che se non hai 4 extracomunitari in casa e 8 famiglie africane nel condominio, non puoi dire razzista a qualcuno.

Abbiamo costruito un mondo pieno di contraddizioni. Escludendo dal "benessere" gran parte dei suoi abitanti. Ora stiamo solo pagando il conto.

Perché noi non siamo razzisti per un problema di colore o di religione. Noi siamo razzisti per un problema di soldi. Noi non vogliamo il povero.

Perché anche se lo sceicco arabo ha 18 mogli e nel suo stato c'è la pena di morte per i gay o per le donne fedifraghe, l'importante è che venga qui a spendere i soldi.
Se fosse andato uno sceicco a Gorino lo avrebbero accolto con il tappeto rosso e 10 vergini.

La verità è che abbiamo le case piene di gattini che dormono pure nelle padelle dove mangiamo, che ci facciamo leccare in bocca dai cani, ma non sopportiamo l'odore di cipolla del vicino magrebino.

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martedì 25 ottobre 2016

L’attrice che insegna ai genitori a raccontare le favole ai bambini

Ad Alessandria, un’appassionata organizza corsi: “Contano il tono della voce, le pause e la creatività”


ALESSANDRIA
Tapparelle giù, luce soffusa, bambini ben avvolti nel piumone e una sedia, accanto al letto. Molti genitori si preparano così quando devono raccontare la favola della buonanotte ai figli. Ci sono poi gli estrosi, che utilizzano qualche travestimento (bastano una coperta e un cappellino, a volte), ci sono i buffi, che fanno parlare i pupazzetti. E ci sono quelli che si sentono già un po’ attori, che cambiano voce e tono quando serve, che interpretano, animano la storia. Ecco, a questi ultimi Ombretta Zaglio ha meno da insegnare; lei, che è attrice da trent’anni, è una grande appassionata di fiabe, oltre a essere una studiosa dell’argomento: si è laureata in Lettere con una tesi sulla fiaba tradizionale, le racconta da sempre (anche nella sua casa-teatro) e recupera quelle più antiche.

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domenica 23 ottobre 2016

L'abisso invoca l'abisso

Prologo

       Urbino, autunno 1812

      Una nebbia impenetrabile rendeva difficile la vista dell’antico convento situato sul Colle dei Cappuccini, il luogo dove erano diretti gli agenti Angelo Zucchi e Giuseppe Santi, incaricati dal governo francese di far luce su un inventario scomparso, un elenco di oggetti preziosi appartenuti alla potente famiglia Albani. Si diceva fossero stati occultati e per motivi oscuri sfuggiti alle requisizioni che l’inflessibile ispettore Dorel stava conducendo per conto della Commissione “pour la recherche des objects des Sciences et Artes en Italie” istituita da Napoleone. In seguito alla soppressione degli ordini religiosi, i francesi andavano depredando in modo sistematico e meticoloso, chiese e monumenti della Legazione di Urbino.
       L’unico che avrebbe saputo riferire qualcosa di concreto su quel cospicuo patrimonio inspiegabilmente scomparso era l’archivista del Legato Crescentino Fiorini, il quale si trovava in degenza nel ricovero riservato ai malati di mente, annesso all’antico convento.
       _ E’ nella sua stanza_, rispose una energica e corpulenta infermiera alla richiesta dei commissari di poter interrogare il paziente.
       Nell’attesa, si sedettero su una panca nell’atrio, uno stanzone squallido e maleodorante.
       _Venga Crescentino, fate il bravo. Ci sono due signori venuti apposta per farvi visita.
      Fiorini respirava affannato e si muoveva lentamente. Il volto era scarno, e dal cranio uscivano disordinati ciuffi di capelli grigi. Le labbra sottili erano serrate in una smorfia disgustata e gli occhietti cerulei, sembravano liquidi.
       _ Siamo qui per conto del governo francese.
      Con brutalità, l’agente Santi arrivò subito al dunque.
    _ Cittadino Fiorini, vorremmo informazioni sul presunto tesoro degli Albani. Voi siete rimasta l’unica persona a sapere dove sia stato occultato.
      L’interrogato li fissava, muto.
     _ Se parlerete vi faremo uscire da questo posto e verrà affidato a cure migliori. E poi, volete davvero lasciare che quella fortuna vada in malora? _, continuò il commissario sempre più spazientito. Fiorini cominciò ad agitarsi e ad emettere strani versi gutturali.
      _ Signori, è inutile che alziate la voce. Lo vedete voi stessi: quest'uomo non è più in sé!
      L'infermiera fece per ricondurlo nel suo ricovero.
    Gli agenti si scambiarono un’occhiata di delusione. Questa volta l’ispettore Dorel si sarebbe dovuto rassegnare e rinunciare al  suo obiettivo.
    Lasciato solo nella sua stanza, Crescentino, dalla grata della finestra osservava l’aureola pallida e luminescente della luna. Ripercorse un episodio della sua vita accaduto nel gennaio del 1798, forse l’unico della sua esistenza che ricordava ancora con tanta nitidezza.
       Era una notte nebbiosa come quella, quando qualcuno bussò forte alla porta, svegliandolo di soprassalto. Come di consueto si era coricato subito dopo il tramonto. Aveva passato tutta la giornata nell’archivio dell’arcivescovado, dove leggeva, studiava, trascriveva con perizia antichi documenti manoscritti che riguardavano la storia del Ducato di Urbino. Continuava con caparbietà a chiamarlo così, nonostante la devoluzione allo Stato Pontificio fosse avvenuta da quasi due secoli.
In virtù di queste cognizioni e perché ritenuto una persona irreprensibile e precisa, fu invitato a far parte del Comitato economico ecclesiastico con l'incarico di redigere l’inventario dei beni mobili ed immobili di palazzi, chiese e conventi.
     Si affacciò alla finestra che dava sul vicolo. Si palesò un inserviente.
      _ Sua eminenza monsignor Arrigoni, vi ha convocato d’urgenza!
      Diretto verso l’Arcivescovado sentiva l’umidità penetrare fino alle ossa. Sulle strade di acciottolato si erano formati strati di ghiaccio che rendevano difficoltoso il tragitto. Lo accolse un pretino. In tutta fretta lo condusse fino allo studio dove il Legato lo stava già aspettando.
     _ Sedete, vi prego! _, intimò con tono deciso. _ Vogliate scusarmi se vi ho fatto alzare a quest’ora della notte, ma non c’è tempo da perdere. Dai nostri informatori abbiamo ricevuto l’agghiacciante notizia che il Comandante Treboutte si sta dirigendo verso Urbino seguito dalla sua orrida truppa, con l’intenzione di violare Palazzo Albani, quello che in passato fu la residenza del nostro amatissimo papa Clemente XI. Il suo proposito è quello di confiscare i beni preziosi appartenenti alla nobile casata. Come sapete, avendo voi stesso stilato l’inventario, sono compresi libri rari, quadri di grande valore artistico, arredi sacri, documenti riservati, pezzi di storia del glorioso Ducato, su cui quei senza-dio dei bonapartisti non possono e non devono mettere le loro sporche grinfie! Ho già predisposto di ricavare un ripostiglio nel cunicolo sotterraneo che da Palazzo Albani conduce al convento dei Francescani. Il vostro compito sarà quello di nascondervi gli oggetti e murare il vano, dopo aver bruciato i fogli dell’inventario, l’unica prova della loro esistenza. Ma vi prego, fate in fretta!
     Crescentino, già ripercorreva mentalmente tutti gli oggetti.
    _ Anche quel dipinto?
     _ Sicuro! E’ un ritratto maledetto. Che se ne perda la memoria per sempre!

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mercoledì 19 ottobre 2016

C'era una volta un re...

C’era una volta un re molto buono e saggio, nella sua lunga vita aveva costruito un regno solido, giusto e combattuto anche dure battaglie. Giunto ormai in vecchiaia senti avvicinarsi l’ora della propria morte, era sempre più debole e stanco, così una notte chiamò al suo capezzale il figlio beneamato, che sarebbe dovuto succedergli nel portare il faticoso fardello della corona.
Con le ultime forze rimaste, alla luce delle candele, gli parlò:

“Caro figlio, il mio tempo è ormai trascorso, ora tocca a te continuare ciò che io incominciai. A sigillo di quanto ti dico ti dono questo mio anello, è un anello magico e molto prezioso, al suo interno vi è un’iscrizione, io l’ho letta sempre nei momenti difficili della mia vita, ma anche nei momenti belli, dove la vita mi sorrideva meravigliosamente e mi ha sempre aiutato. Tienilo, mio caro, è il dono più importante che ti faccio”.

 
Queste furono le sue ultime parole, si spense serenamente il mattino come le candele che avevano rischiarato la sua ultima notte.

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domenica 2 ottobre 2016

La storia dell'uomo che salvò il mondo dall'olocausto nucleare


Tante le grandi figure che con i loro nomi riempiono i libri di storia. Nomi che sentiamo nominare almeno una volta al giorno, data la loro caratura e il loro impegno nei confronti del mondo. Ma molto spesso ci sono uomini e donne, altrettanto importanti, se non di più, le cui vite e azioni passano in sordina, e su cui i riflettori della storia non si sono mai posati. Eppure, le loro scelte hanno cambiato il corso della storia, se non addirittura le nostre vite. Grazie ad alcuni di loro siamo ancora qui a parlare di storia. Uno di questi è Vasili Alexandrovich Arkhipov, il sommergibilista russo che durante la guerra fredda evitò un olocausto nucleare. E salvò il mondo.

Ottobre 1962, siamo in piena crisi missilistica cubana. Un sottomarino sovietico viene intercettato dalla marina statunitense nelle acque caraibiche. Scatta l'allarme: il traffico marittimo vicino Cuba era stato bloccato su ordine del presidente Kennedy, preoccupato dell'avvicinamento tra Fidel Castro e il Cremlino e di un eventuale lancio di missili sul territorio nordamericano. Sull'isola, infatti, erano state costruite rampe di lancio e silos interrati: in cambio i russi avrebbero consegnato ai cubani missili nucleari. Una ragione in più per non far avanzare neanche di un metro quel sottomarino.

Il sottomarino rimane fermo, nascosto in profondità. Gli americani decidono di lanciare cariche esplosive. Non sono pericolose, sono cariche usate durante le esercitazioni. Vogliono costringere il mezzo a risalire in superficie. All'interno del sottomarino regna il caos. Le esplosioni ravvicinate fanno tremare tutto, il personale a bordo sballottato da una parte all'altra. Ma ciò che gli americani non sanno è che i russi hanno armi nucleari e, visto che erano giorni che si era perso il contatto radio con Mosca, il comando sovietico aveva precedentemente dato al capitano la facoltà di usarle in caso di pericolo. Era una sua decisione.

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