mercoledì 25 novembre 2015

25 novembre

Lo chiami amore, ma è possesso.
La chiami gelosia, ma è controllo.
Dici che se non sono tua allora non sarò di nessun altro
dici che hai perso la testa, che l’hai fatto per noi.
Credi, dimmi, tu credi ?
Allora sai che c’è voluto un ventre di femmina
per partorire il figlio di Dio.
Non credi , dimmi, non credi, è così ?
Comunque sai che in ogni modo, serve un ventre di femmina
perchè si riproduca la specie, perché continui la vita.
Cosa uccidi , in realtà , lo sai ?
Una donna o la vita stessa ?
Una femmina sulla quale apporre il marchio della tua follia
o l’essenza stessa dell’esistere, il nome di madre ?
Mentre il tuo braccio colpisce, colpisci il cerchio vitale
restando come un cormorano nel petrolio
ad ansimare per un respiro
nella distruzione del tuo stesso mondo.
Sei figlio di una femmina, femmine sono le galassie
femmine sono le madri, anche quando non hanno seno
femmina è la terra, femmina è l’acqua della vita
femmina è la tempesta, la luce, l’aria , l’anima.
Lo chiamano femminicidio, ma è molto di più.
E’ la morte dello spirito, delle viscere di una coscienza
Perché si dimentica , Dio come si dimentica, che
l’amore non toglie la vita, l’amore la dà!


martedì 17 novembre 2015

“Non avrete il mio odio”


Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto su Facebook ai terroristi che al Bataclan hanno ucciso sua moglie.
«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

Fonte 
 

Oriana Fallaci, ti devi scusare…

 

 

sabato 14 novembre 2015

Il Sultano e San Francesco



Non possiamo rinunciare alla speranza

 
<< Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle “Lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti.

Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere ‘Gli ultimi giorni dell’umanita’, un’opera che sembra essere ancora di un’inquietante attualità.

Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilità perchè certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. “Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: “Finché l’uomo non si metterà di sua volontà all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza”.
E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, “Libertà duratura”. O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa.

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giovedì 12 novembre 2015

Antichissima storia d'amore a Montebore (AL)



Rimane ora solo un muro , ma una volta, secoli fa, a Montebore c'era un castello e Carlo Varese, letterato tortonese che visse tra il 1792 e il 1866, scrisse un romanzo ambientato proprio in quel castello: Il Folchetto Malaspina.
È il Folchetto Malaspina la storia romanzata degli amori contrastati tra Folchetto, nobile e valoroso giovane tortonese, e Leonilla Calcinara , fanciulla appartenente ad un’altrettanto nobile famiglia della stessa Città , però nemica dei Malaspina.
Leonilla, contro la propria volontà, viene promessa sposa a Guglielmo degli Uberti , giovane scapestrato nipote del Vescovo Guglielmo , il quale circuisce Alice , sorella di Folchetto , e per fargli affronto , con l’aiuto della zia di lei Rodegonda e della strega Pattumiera , riesce a legarla in matrimonio segreto.
La vicenda inizia nel castello di Montebore e dopo un breve passaggio in Terra Santa per la seconda Crociata , si allarga al monastero di Precipiano , sito alla confluenza del Borbera nello Scrivia , dove lo zio di Folchetto era Abate , e poi alla città di Tortona su cui , nel 1155 , incombe la minaccia di Federico Barbarossa .
Nel romanzo tuttavia è il Castello di Montebore ad avere la parte preminente in quanto è nel suo interno che si svolgono i principali episodi e che da esso si dipartono.

Nadia F.

La foto è di Pierluigi C.

e-book gratis: Il Folchetto Malaspina